Vittorio Brambilla, "The Monza..."



Sbucano sempre da qualche parte, i ricordi più rari. Quando meno te lo aspetti, sembrano materializzarsi dal nulla, come una monoposto arancione di metà anni settanta, con una grande scritta che pubblicizza utensili da officina meccanica, che taglia in due una nuvola di pioggia e un traguardo che sembrava impossibile.


I pantaloni a zampa di elefante, gli alettoni anche; la grande presa d’aria che sovrasta la testa del pilota; le ragazze belle e autentiche che si aggirano nei pressi dei box con l’ombrellino. È la Formula Uno del 1975, bella per quanto assordante sapeva essere il ruggito dei suoi motori.


E pur all’ombra dei semidei del volante riusciva a brillare un sottobosco di personaggi inimitabili, piloti autentici che non erano polli da batteria motoristica. In mezzo a loro si aggirava un tipo burbero all’apparenza, dal petto villoso sotto la tuta lasciata aperta nelle giornate calde delle prove, o prima dei gran premi; dai bicipiti pronunciati che lo facevano assomigliare più a un pugile, che a un pilota.


Con quella faccia burbera e bonaria al tempo stesso, adatta per fare la comparsa in un film nonsense con Renato Pozzetto, Vittorio Brambilla riempiva il Circus dell’epoca di umanità e di parlata brianzola, di sorrisi sinceri e sonore incazzature.


Non erano ricchi di famiglia, lui e suo fratello Tino; erano miliardari in passione, svezzati tra le chiavi inglesi dell’officina di famiglia e cresciuti in sella alle moto che mettevano a punto. Poi i go-kart, dove il talento e la passione si siedono fino a sentire il profumo dell’asfalto e dove le quattro ruote scoperte possono essere un passatempo o il primo gradino di una salita da predestinati.


Cosa fu che fece la differenza, allora, per Vittorio il monzese?


Furono lo stile e il talento, l’ostinazione e l’essere cresciuto a latte e benzina, maturato in Formula Tre e in Formula Due, forse “corridore” all’antica più che pilota: romantico nella dedizione, metodico nella cura dei particolari che aveva conosciuto sin da piccolo, quando per ogni macchia di grasso aumentava la consapevolezza su quale fosse l’unico tipo di vita che lo avrebbe reso felice.


In Formula Uno all’epoca soltanto i privilegiati potevano capitarci per caso, come fosse uno sfizio lautamente autofinanziato o un capriccio che in molti casi evaporava in fretta. Gli altri, quelli che non erano miliardari e non avevano un padre capitano d’azienda che li infilasse a colpi di sovvenzioni in un abitacolo, dovevano mostrare non soltanto di valere, ma di valere perlomeno il doppio di un figlio di papà.


Fu per questo che Vittorio il burbero per il Campionato del mondo di Formula Uno del 1974 riuscì a infilarsi nell’abitacolo della March 741 e poté cominciare a dimostrare che anche il suo sedere poteva essere degno di quella agognata scomodità.


L’aveva detto Niki Lauda, che una macchina si guida soprattutto con il sedere, anzi col culo per essere precisi; Vittorio Brambilla si portava sempre appresso un cuore grande, sotto il petto possente: forse per questo, ogni volta che poté, diede battaglia a chiunque, senza timori reverenziali, pretendendo da tutti unicamente quel rispetto che lui a tutti riservava. Altrimenti s’incazzava, come una bestia.


La March 751, arancione acceso, sponsorizzata dalla Beta, nel 1975 rappresenta l’evoluzione della 741: più cavalli, maggiore affidabilità. Qualche chance per la stoffa del suo pilota italiano, che da tempo aspettava la grande occasione. Arriva più di una volta, nel corso di quel campionato, a cominciare dal Gran Premio di Svezia, ad Anderstorp, dove riesce a prendersi la pole position e poi a comandare la gara, fino al cedimento meccanico che lo estromette dalla corsa.


L’appuntamento con la bandiera a scacchi è solamente rimandato, perché arriva al Gran Premio d’Austria, quando le monoposto quasi non di distinguono in mezzo al diluvio e quando la direzione di gara non può che accorciare il numero dei giri, per ragioni di sicurezza, anche se non è stato ancora coperto il 75 per cento della durata complessiva. Più degli altri, ad aver tenuto giù il piede è stato Brambilla, prendendo rischi enormi a causa innanzitutto della visibilità ridottissima.


Gli altri, tutti gli altri, compreso James Hunt, gestiscono la macchina; Brambilla continua a correre, perché ha capito che il giorno è arrivato. Sulla linea del traguardo, alza le braccia, lasciando il volante: la macchina si intraversa, picchia contro le barriere in una scia d’acqua, riparte avvolta in una nube.


Giro d’onore con avantreno danneggiato, chi se ne frega...lo seguono, senza mai averlo davvero inseguito, Hunt e Pryce, che il piede lo hanno alzato quel tanti che è bastato a non farsi sgambettare dall’asfalto ormai annegato. Un cuore impazzito per la gioia, un musetto rotto da esibire come un trofeo nell’officina di famiglia.


Il "gorilla di Monza", come lo chiamano gli inglesi, su quel podio si gode ogni istante della sua incoronazione, forse sapendo che non capiteranno più una giornata così perfetta, una pioggia così amica. Come una macchia di colore arancione che rompe la monotonia del grigio e del nero, sollevando sbuffi di felicità.


Comunque sia, un film con Pozzetto lo aveva girato davvero, nei panni di se stesso: in "Io tigro, tu tigri, egli tigra" l’attore indossava una tuta rossa con la scritta Parmalat, per guidare un motocarro. Brambilla nelle scene che interpreta ha l’aria di uno che si sta divertendo un mondo.


Se n’è andato in silenzio, un brutto giorno del 2001, mentre stava lavorando nel suo giardino. Un infarto: l’unica ipotesi possibile per dire che il suo cuore, soltanto una volta, lo ha tradito.


Paolo Marcacci

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