Una gara giocata alla roulette di Montecarlo!



Sembra una donna rimasta vedova, seduta su un gradino davanti alla porta di casa, a capo chino, le ginocchia strette tra le braccia. Il colore del suo lutto non può che essere un rosso sbiadito dal dolore, stinto nell’incredulità.


È la Ferrari che si presenta al Gran Premio di Montecarlo del 1982; orfana oltre che vedova, nella claustrofobia dei guardrail, mentre nei riverberi della baia sembrano ancora scintillare i passaggi di un uomo minuto che riusciva a tenere il mostro per i fianchi, fino al pianto di gioia dei meccanici: era volato un anno, da quando Gilles Villeneuve aveva domato il turbo, rendendo possibile l’impossibilità dei respiri brevi nelle turbine sotto gli alberghi del Principato. Era volato un anno e di quella bandiera a scacchi restavano ora soltanto i quadri neri, perché era volato via anche Gilles, cambiando il sapore di quelle lacrime ai box.


Il 23 maggio del 1982 la Ferrari numero 28 è la monoposto più sola al mondo, nella terza fila della griglia di partenza, sul rettilineo che precede la Saint Dévote. Sola due volte: la prima perché non c’è ancora il sostituto di Villeneuve; la seconda perché al volante dell’unica vettura schierata dal Cavallino c’è Didier Pironi, solo a sua volta, isolato dal suo comportamento al Gran Premio di San Marino. Ricordatevi i volti, le espressioni sul podio del Santerno, quel pomeriggio di fine aprile.


Ne riparleremo, in dettaglio.


Tra il gelo di quel podio e la griglia di partenza monegasca c’è stato il fragore del cuore di ogni ferrarista e di tutti gli altri appassionati, andati in frantumi Il pomeriggio dell’8 maggio, accanto a un bosco belga, cornice a una curva veloce: carambola di dissoluzione dove il rosso era solo lamiera svanita; come uno straccio bianco la tuta dell’eroe, ad accartocciare un destino che sembrava grandioso.


Lo spettacolo continua perché deve.


Montecarlo si fa carico di tutta la distrazione che può dispensare il suo dedalo artefatto di muretti e chicane; elevazione a potenza dell’imprevedibile e del rocambolesco; massima celebrazione mondana della Formula Uno e al tempo stesso sua negazione; fascino contraddittorio dei passaggi troppo stretti durante i quali i cavalli del motore nitriscono insoddisfazione.


Le monoposto dei primi anni ottanta, poi, sono mantidi religiose da cui il maschio-pilota deve guardarsi le spalle fino agli ultimi metri; sempre più pretenziose ed esigenti in termini di benzina, come puttane avide e pretenziose che ti mollano sul più bello.


Sembra un pomeriggio destinato a parlare francese, ad ascoltare la Marsigliese, a tingersi, ben prima del tramonto, del giallo ocra delle Renault, che sin dalle qualifiche hanno scosso i cronometri col ruggito del loro propulsore turbo a sei cilindri. Quella di René Arnoux, in particolare, ha centrato una pole che sembra preludio di un monologo che solo l’affidabilità può pregiudicare.


René Aronux su Renaut, partito in pole position

L’altra vettura transalpina, condotta da Alain Prost, parte in seconda fila, col quarto tempo. Tra le due Renault, la Brabham di Riccardo Patrese e l’Alfa Romeo di Bruno Giacomelli.


Nervosamente se ne va, Arnoux, tra volute di fumo scurissimo e scuotimenti del retrotreno. E' anche il primo fra i favoriti a scendere dall’abitacolo, però: alle Piscine la sua Renault comincia a girare come il dado di una roulette, quando si ferma il motore si è assopito. Era già nei suoi specchietti il compagno di squadra, che prende il largo con la baia sullo sfondo. Comincia a veleggiare, Alain Prost, solo che lo fa con un frastuono mostruoso alle spalle, tra centimetri di cui diffidare e dischi frenanti che diventano cerchi di brace. Trascorrono giri e ritiri, ogni tanto un dio è costretto a scendere dall’olimpo della classifica: tocca a Niki Lauda, tradito dal Ford Cosworth della McLaren; tocca al Campione in carica Nelson Piquet, piantato in asso da una turbina del propulsore BMW della sua Brabham.


Nelson Piquet

Si copre il cielo, si assottiglia la graduatoria; l’unica cosa che non sembra in discussione è lo scivolare della Renault verso la bandiera a scacchi; alla clessidra dei giri cominciamo a mancare poche tornate; dietro a Prost sfilano la Brabham numero due di Patrese e la Ferrari, l’unica Ferrari di Didier Pironi, senza più il musetto, devoluto a un forzato tentativo di doppiaggio nei confronti di Elio De Angelis.


Sembra tutto sotto controllo, ma a Montecarlo non lo è mai. E il resto chiedilo alla pioggia, quando ti accorgi che comincia a cadere, così leggera che gli pneumatici esausti slittano ancora prima di bagnarsi: dopo il passaggio numero 74, sembra che le onde del porto, da poco sveglie, schiaffeggino la Renault alla chicane: Prost si gira,  picchia il musetto contro il guardrail, la sua leadership svanisce assieme all’alettone.


E allora? Patrese, per la prima volta? Proprio a Montecarlo? Non c’è tempo per altri colpi di scena...fino a che la Brabham si gira al Loews, in discesa, senza spegnere il motore ma vedendo la Ferrari che se ne va.


Tocca a Pironi, dunque, un anno dopo Villeneuve, che ora è una nuvola più rapida delle altre, nel passaggio all’orizzonte.


Didier Pironi su Ferrari

Forse il dio delle corse l’aveva già pensata così, dopo Zolder.


Sotto il tunnel, la Ferrari singhiozza, poi tossisce, infine si addormenta. Problema elettrico, la Rossa si lascia accarezzare dalle luci della galleria che la consolano.


E allora passerà Andrea De Cesaris, sarà il giorno dell’Alfa Romeo? Incredulità, italiana come l’orgoglio, come il quadrifoglio. Ma no...l’Alfa non entra nel tunnel, l’Alfa sta morendo di sete, la vittoria si è smarrita nel Sahara del serbatoio.


Andrea De Cesaris

Chi, ora?


Ricompare la Brabham numero due, che ha attraversato le Colonne d’Ercole dell’imprevisto e ha proseguito il palpito dei suoi pistoni. Riccardo Patrese da Padova, ventotto anni, sotto una bandiera a scacchi d’inconsapevolezza: ancora non ha capito di aver vinto; la sua gioia sarà duplice, proprio per questo. Pironi e De Cesaris, pur senza traguardo, si sono guadagnati ciò che resta del podio.


Riccardo Patrese su Brabham, seguito da Didier Pironi

Non per questo possiamo perdonarti, dio delle corse: se ci avessi davvero voluto bene, ci avresti lasciato Gilles Villeneuve.


Paolo Marcacci

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