Un uomo al ristorante

Aggiornato il: mag 19



Un uomo entra in un ristorante del centro di Monza. Appena ne varca la soglia, un brusio di stupore si propaga per tutta la sala. Gli si fanno incontro due camerieri, molto emozionati. Molto emozionati per due motivi, è il caso di aggiungere.


Quell’uomo è Niki Lauda, che fa il suo ingresso in un locale pubblico a poche settimane dall'incidente del Nürburgring. Anche in questo caso occorre essere più precisi, evidentemente: in quella sala è appena entrato il nuovo Lauda, che sul viso porta ciò che resta di lui a causa del fuoco, mentre nella testa e nel cuore è pieno di quella forza di volontà che ha la tempra dell'acciaio e per mezzo della quale è riuscito ad attraversare le sue recentissime sofferenze.


Appena estratto dall'abitacolo, il primo di agosto, sentendosi friggere mezza testa aveva chiesto ad Arturo Merzario come fosse diventato il suo viso. La risposta ha cominciato a leggerla nello specchio, appena gli è stato possibile; ma il riscontro più autentico alle sue impressioni glielo ha potuto fornire soltanto il ritorno alla vita pubblica, soltanto lo specchio dello sguardo altrui.


Ecco perché quei due camerieri hanno due motivi per essere emozionati: è appena entrato in sala Niki Lauda; ha avuto il coraggio di entrarci col Nürburgring sul volto. Ora comincia a prendere corpo quella risposta che Merzario non era stato in grado di dare, mentre la nuvola bianca degli estintori cercava di mangiarsi quella nerissima del carburante, dell'olio e dei componenti della Ferrari che cominciavano a fondere, mentre la temperatura si accaniva tra l'orecchio e la fronte del pilota.


Uno dei due camerieri domanda a Lauda con discrezione, a bassa voce, pensando di fargli un favore e di usargli una cortesia, se per caso non preferisca cenare in una saletta riservata. Lui quasi si risente, per la proposta; risponde chiedendo di essere sistemato nel tavolo più centrale possibile, magari proprio davanti alla porta d'ingresso, così tutti potranno vedere come - o cosa - è diventata quella faccia, con l'orecchio quasi sciolto tra le piaghe, le ustioni ancora livide e le ferite quasi sanguinanti.


Una faccia non si sceglie, quando si viene alla luce; una faccia si sceglie se ci si chiama Niki Lauda nei giorni che seguono il primo di agosto del 1976 e si ha la forza di rispondere - No, grazie - a Ivo Pitanguy, brasiliano, il chirurgo plastico più celebre e richiesto al mondo. Lauda gli si rivolge per risolvere un problema riguardante la ridotta estensione delle palpebre, dopo l'incidente; quando però Pitanguy gli si offre per una ricostruzione facciale completa, Lauda rifiuta senza esitazioni.


"Ho solo dovuto fare un intervento chirurgico per migliorare la vista. La chirurgia estetica è noiosa e costosa e l’unica cosa che potrebbe darmi è un’altra faccia. Mi sono operato così che i miei occhi possano funzionare, e fino a quando tutto funzionerà, non ci penserò!"

Tornando sulla questione, anni dopo dirà:


Mi offrivano cure estetiche da tutte le parti. Ivo Pitanguy, il più famoso chirurgo plastico del tempo, voleva operarmi e mi chiese: 'Sei pazzo? Perché non vuoi che lo faccia?’. A me semplicemente non piaceva l’aspetto che avrei avuto. Penso sia sbagliato, se ti sei operato la gente se ne accorge: la cosa importante di un intervento è che non si deve notare. Non sopporto la chirurgia estetica. Devi avere abbastanza personalità da superare la questione della bellezza e trovare la forza di volerti bene per come sei"

È molto più semplice indossare un cappellino, sponsorizzato, da esibire in pubblico per tutta la vita.


Nessuno può decidere quale sia il tempo giusto per gli altri. Figurarsi per un pilota di Formula Uno, che trascorre la sua vita sportiva tentando di dominarlo, quel tempo. Figurarsi, a maggior ragione, se quel pilota è Niki Lauda, che per quattro giorni lotta con la morte all'ospedale di Mannheim, ricevendo addirittura un'estrema unzione, quindi viene dichiarato fuori pericolo e, in condizioni ancora gravi viene trasferito all'ospedale di Ludwigshafen, dove c'è un avveniristico reparto per il trattamento dei grandi ustionati. Nei primi giorni dopo l'incidente, la pubblica opinione ritiene molto più probabile che il Campione del mondo non ce la faccia a sopravvivere, piuttosto che un suo ritorno alle corse.


Forse in quel ristorante di Monza più che emozionati, oltre che sconvolti dal suo viso, sono increduli per averlo visto in piedi a meno di un mese dal rogo del Nürburgring; forse pensano che al tavolo della sala centrale voglia sedersi un fantasma. Allora deve trattarsi dello stesso fantasma che telefona a Maranello il martedì precedente il fine settimana del Gran Premio di Monza. Chiede che a Fiorano preparino la "sua" monoposto perché vuole effettuare dei test per tornare a correre; anzi: per tornarci in tempo per il Gran Premio d'Italia.


La "sua" monoposto, già: non basterebbero tutte le virgolette del mondo ai lati di quest'aggettivo possessivo per rendere l'idea di quanto Lauda sia incazzato - arrabbiato non basterebbe a rendere l'idea - con il team; al confronto, il sacerdote che gli aveva somministrato l'estrema unzione quando era ancora privo di conoscenza in ospedale e a cui, una volta saputo dell'episodio, aveva fatto mandare a dire di andarsene a quel paese, è un uomo simpatico, per così dire.


Il fatto è che, perché Lauda negli anni lo ribadirà in più occasioni, una buona parte dello slancio che mette nei tentativi di bruciare - stavolta in senso metaforico - i tempi del suo recupero, è dovuta alla rabbia che prova quando viene a conoscenza di un particolare che lo indigna: appena saputo del suo incidente, mentre era ancora in viaggio verso il primo ospedale, Enzo Ferrari aveva subito dato mandato al Direttore sportivo Daniele Audetto di cercare un pilota, tra i big del mondiale, per rimpiazzarlo.


Il primo profilo ipotizzato dal Drake è quello di Emerson Fittipaldi, verificata l'indisponibilità del quale la Ferrari sonda Ronnie Peterson - forse l'avversario che Lauda teme di più in assoluto, più dello stesso Hunt - per poi far ricadere la scelta definitiva sull'argentino Carlos Reutmann, che la Brabham libera senza fare resistenza perché Bernie Ecclestone non vuole creare tensioni con Ferrari. Negli anni a seguire, il Vecchio darà un giudizio quasi impietoso sulle asperità caratteriali del pilota sudamericano, definendolo "Tormentato e tormentoso...".


Con la rabbia in corpo per quella che, a suo giudizio, è una mancanza di rispetto da parte della scuderia alla quale aveva riconsegnato il titolo mondiale dopo undici anni, Lauda afferma di voler tornare in pista. Più commovente o più irragionevole? Se ne potrebbe discutere all'infinito, sempre partendo dal presupposto che gli uomini comuni non potranno mai capire come ragiona chi si infila in un claustrofobico siluro che si pilota quasi sdraiati, potendo muovere soltanto il collo e le mani, oltre che i piedi sui pedali.


Se nessuno può decidere quale sia il tempo giusto per le scelte altrui, può però dargli una mano nella scelta di quel tempo. Come? Per esempio, modificandogli il casco: a poco più di un mese dalle fiamme velenose del Gran Premio di Germania, il viennese ha piaghe vivide, strati di pelle sottilissimi, ferite ancora aperte e sanguinanti; c'è bisogno di imbottiture speciali per ridurre il dolore causato dalla compressione e dagli sfregamenti.


Nel frattempo, in quei - pochi - giorni che sono trascorsi tra l'incidente e la telefonata a Maranello per farsi predisporre la 312 T2 con la quale riprendere confidenza, che cosa è accaduto nel mondiale di Formula Uno? Sono accadute molte cose, per la verità non solamente in pista. Nelle gare a cui Lauda non partecipa accade, abbastanza prevedibilmente, che Hunt accorci sensibilmente la distanza dall'austriaco nella classifica del Mondiale piloti: vince al Nürburgring (dopo la seconda partenza) e vince anche il 29 agosto a Zandvoort, in Olanda; in mezzo, il quarto posto che gli frutta tre punti al Gran Premio d'Austria, sul tracciato dell'Österreichring, il 15 di agosto.


Un gran premio, quest'ultimo, destinato a passare alla storia non tanto per la vittoria di John Watson sulla Penske - Ford, quanto per la polemica assenza della Ferrari: la casa di Maranello il 5 agosto aveva annunciato addirittura il ritiro dal campionato, come forma di protesta contro la decisione del Tribunale d'appello della FIA, che il 5 luglio aveva deciso di riassegnare a James Hunt i punti del Gran Premio di Spagna, che gli erano stati tolti perché la misura del battistrada degli pneumatici posteriori eccedeva di diciotto millimetri in larghezza rispetto ai limiti consentiti.


La presa di posizione sarà poi oggetto di ripensamento e il Cavallino non abbandonerà la rassegna iridata, però in terra austriaca le Rosse non correranno; questo, unitamente alla già ovvia assenza di Lauda, idolo di casa, porterà a un drastico calo delle presenze, ossia a un pubblico che, rispetto ai 130.000 appassionati attesi, ne farà registrare 50.000 scarsi. In effetti, nei giorni che precedono la corsa si dibatte addirittura circa l'opportunità di un suo annullamento. Per rendere l'idea di quanto la presenza ferrarista contribuisca in percentuale all'appeal di tutta la Formula Uno, basta leggere ciò che in occasione della gara austriaca dice proprio James Hunt:


"È chiaro che l'assenza di Niki Lauda e della Ferrari gioca a mio favore nel campionato. Però per me vincere una corsa non significa soltanto far punti. C'è molto più gusto ad affermarsi dopo aver battuto un avversario di prestigio, come lo sono Lauda e la sua vettura. Se conquisterò II titolo, non sarà un titolo completo".

Da un punto di vista differente, gli fa eco Bernie Ecclestone, che nel 1976 è il patron della Brabham e al tempo stesso il presidente dell'associazione dei costruttori:


"È grave e doloroso che qui manchi la Ferrari. Fa parte della nostra famiglia e non dimentichiamo che ha fatto più per la Formula 1 di tutti noi. La corsa perde sapore. Oggi tutti i team vogliono battere quello di Maranello, tutti i piloti Lauda. Noi speriamo che Ferrari torni presto alle corse. Rispetto le sue decisioni e aggiungo, a titolo personale, che ha ragione per quanto è accaduto in Spagna. Le sue proteste per le decisioni del tribunale d'appello della Fia sono legittime. Come associazione costruttori cercheremo di svolgere presso la FIA un certo tipo di azione affinché fatti come questo non si ripetano più".

In realtà, per dirla tutta, il 1976 è anche l'anno durante il quale avviene uno dei cambiamenti più sostanziali della sua esistenza: con pochissimo preavviso e dopo aver interrotto un fidanzamento, durato anni, con una ricca ereditiera, Lauda sposa Marlene Knaus, nipote del celeberrimo ginecologo Herman Knaus. Donna dalla bellezza raffinata, dallo stile regale. Una parte della stampa sportiva italiana, sembra raccogliendo voci che provengono direttamente da Maranello, comincia a diffondere la voce secondo la quale in Ferrari non sarebbero così contenti di questa unione.


Sembra che dopo il matrimonio Lauda sia meno dedito al lavoro in pista, meno meticoloso nei test; pare che diminuiscano le ore riservate ai giri da compiere a Fiorano, perché il campione appena può prenota un volo per l'Austria. Che ci sia o no qualcosa di vero, questo di certo non influisce sul rendimento dell'austriaco in pista e non pone affatto in discussione la sua leadership nel mondiale, fino alla tappa del Nürburgring.


Dopo, comincia un altro campionato, con il paradosso di un primo posto in classifica ben saldo per i tanti punti messi precedentemente al caldo e al tempo stesso reso precario dal fatto che il leader provvisorio è in un letto d'ospedale con la faccia per metà mangiata dalle fiamme, mentre lotta disperatamente per espellere dai polmoni tutti i veleni che li hanno invasi dopo che la 312 T2 si era trasformata in una torcia. Solo lui pensa ancora di essere un pilota, in quei giorni. Per il resto del mondo è soltanto, ormai, un uomo che ha avuto la fortuna di sopravvivere.


E a complicare le cose c'è una giovane moglie, per di più neo-sposa, a cui è toccato giudicare per prima il nuovo volto di suo marito, una volta che lui ha tolto le fasciature dopo il primo intervento. Non ha retto alla vista, la prima volta. Chi, del resto, avrebbe retto? È proprio per questo che, dopo aver preso confidenza con le sue nuove sembianze, Marlene resta accanto a Niki in modo ancora più significativo. Non è una prova d'amore: è l'amore, più semplicemente, con tutta la grandiosità che può racchiudere in un gesto, in una decisione.


Martedì 7 settembre, dunque, l'uomo che un mese prima pareva destinato a essere chiuso in una bara, torna a calarsi in un abitacolo. Una forma diversa della stessa, estrema solitudine. Se ogni pilota è solo, come è naturale che sia, al momento di abbassare la visiera del casco, lui alla vigilia del Gran Premio di Monza lo è più di ogni altro; lo è come mai è stato prima; come lo sarà soltanto in un'altra occasione, di lì a qualche settimana, molto più a oriente di Monza. Col casco modificato, col problema alle palpebre che gli rende meno nitida la vista - non esattamente un dettaglio, in Formula Uno - inanella un numero di giri sufficiente a fargli dire che, nonostante un po' di "ruggine", se la sente di correre:


"Vado a Monza ma non per vincere. È il mio primo Gran Premio dopo l'incidente del Nürburgring. Per me sarà soltanto un allenamento per quelli successivi, un modo per riacquistare la forma perfetta, lo mi sento pronto al 100 per cento, ma è un mese che non salgo su una vettura di F.1 e non so quale possa essere il mio rendimento. Oggi tutto è andato bene e non ho avuto problemi particolari. Non sono tanto preoccupato per la guida, quanto per la resistenza allo sforzo fisico".

Venerdi 10 dicembre la commissione medica dà il suo benestare a Niki Lauda per gareggiare. A molti, forse anche all'interno del team, continua a sembrare una follia; lo stesso Enzo Ferrari è combattuto: lui, che ha però sempre pensato che un pilota, dopo un grave incidente, debba risalire in macchina al più presto, per scrollarsene di dosso le scorie emotive. La Ferrari si trova così con tre vetture iscritte a Monza: Regazzoni, Reutmann e l'austriaco quasi irriconoscibile, che nessuno si sarebbe mai aspettato.


Questo è uno dei passaggi più intensi di tutta una parabola umana, non soltanto sportiva: Lauda deve credere smodatamente in se stesso e nella sua classe, a maggior ragione in un momento in cui deve appellarsi alla sua esperienza per fronteggiare più di un mese di forzata inattività e le menomazioni che ancora si porta appresso dopo l'incidente. Deve crederci perché è l'unico al mondo a poterlo fare, visto che il buon senso di tutti gli altri gli suggerirebbe di aspettare, quantomeno di aspettare, a salire di nuovo in macchina.


Nel suo caso, non si tratta di dissennata esaltazione, ma di una forma di lucidità estrema da opporre a uno sgambetto del destino: c'è una macchina da gestire, sapendo che non potrà spingerla al massimo, stavolta; una classifica da tutelare. Sono il suo passaporto emotivo per forzare i tempi del suo ritorno alla normalità. Una normalità da trecento all'ora. Gli è accanto Marlene, l'unica - forse - a essere contagiata dalla sua convinzione. Ma in macchina deve salirci lui soltanto, con il proprio cervello come alleato.


Sorprendentemente, in qualifica è quinto: già si tratta di un mezzo miracolo sportivo. Resta lo scetticismo su quanto potrà reggere i ritmi e lo stress psicofisico della gara. Ebbene, al termine della corsa, vinta da Ronnie Peterson, con Regazzoni e Laffite a completare il podio, Lauda transita in quarta posizione sotto la bandiera a scacchi, in un tripudio di ammirata incredulità. Quando toglie il casco, sotto la maschera chiazze rosse rivelano lo stato delle ferite ancora aperte.


Reutmann arriverà soltanto nono, con la terza Ferrari. All'undicesimo giro, dopo un testacoda, era già finita la domenica di James Hunt.


Ricomincia un'altra storia ancora, nel mondiale del 1976, con un finale tutto da scrivere, con un vantaggio ancora prezioso: Lauda 64 punti, Hunt 47.


Dietro le spalle, un rogo quasi mortale, un viso nuovo col quale scendere a patti, un'estrema unzione, un "vaffanculo" al prete, un test a Fiorano per dimostrare a se stesso di essere già tornato.


Sembra passata una vita, e in un certo senso è passata davvero. Invece sono trascorsi soltanto 42 giorni.


Paolo Marcacci

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