Teo Fabi, un grande manico italiano!



Lui è uno di quelli a cui è sempre mancato un soldo, per fare una lira. E non in senso letterale, perché in realtà ricco è nato, da una famiglia di imprenditori milanesi proprietari di una miniera di talco e ricco è rimasto, ancora oggi che ha interessi nel ramo delle costruzioni edili.


Gli è mancato il soldo del successo che avrebbe meritato; anzi: che aveva già mostrato di meritare, al di una come al di là dell’oceano, a benzina o a metanolo che fosse.


Teodorico Fabi, che nessuno ha in realtà mai chiamato così, rinato come Teo al mondo delle corse: poche cose gli sono state regalate, se non forse la possibilità iniziale di cimentarsi sulle quattro ruote dopo essersi divertito tanto con le moto.


Di lui si contano i punti strappati con i denti e con il manico, in Formula Uno; le occasioni di vittoria lambite, sfiorate, quasi viste affiorare e poi svanite, sempre per un guasto meccanico, per una qualche sorta di avaria, per uno sgambetto alla macchina, giacché al talento del pilota non era possibile fare dispetto.


Veloce soprattutto sui circuiti veloci, chirurgico nelle traiettorie, la sua parabola sportiva racconta di una decade, gli anni ottanta, in cui i piloti italiani pullulavano in Formula uno e ognuno di loro aveva un suo stile ben definito, una cifra sportiva e caratteriale che lo rendeva inconfondibile. Teo Fabi è stato caratterizzato dall’essersi meritato macchine e occasioni più importanti rispetto a quelle che ha potuto effettivamente riscuotere dal mondo delle corse a ruote scoperte: Toleman, Brabham, la Benetton emergente alla quale lui riesce a regalare la prima pole position in Germania. Ne seguiranno altre due: un dato non casuale, non episodico, nella Formula Uno degli anni ottanta, tra scuderie leggendarie e fuoriclasse cannibaleschi, in ogni senso.


Anno 1987, la sua stagione più fulgida, sulla Benetton che, tra i tanti motori cambiati in quegli anni, era spinta dal propulsore Ford. Forse il suo unico, evidente errore da ricordare lo commette proprio in quel giorno che finisce comunque in cornice, perché lo vede terzo sul podio, dietro due come Mansell e Piquet: un fuorigiri a causa di un errore nell’innestare la marcia, attimi di sincope motoristica che in Formula Uno diventano eternità. Ma la cosa più preziosa l’aveva meritata, strameritata, quasi acciuffata in America, nel 1983, dove le monoposto del Campionato Cart sfiorano i 350 orari e dove le sue caratteristiche di guida gli fecero trovare quasi noiosi, ma sicuramente scolastici, i circuiti ovali della competizione. Con naturalezza, decise di regalarsi una pole position da esordiente, Rookie, come si dice da quelle parti. Sapete dove? A Indianapolis, dove la maggior parte dei piloti, soprattutto in quegli anni, avrebbe pagato di tasca propria anche soltanto per girare.

La stava vincendo, quella gara, con sicurezza e fluidità di guida. Anche troppo facilmente, forse, fino al momento in cui la valvola del carburante cominciò a piangere metanolo. La storia sfiorata, accarezzata, vista da troppo vicino, ancora una volta. Per questo, per tutta una serie di episodi, gli rendiamo omaggio: negli almanacchi non ha avuto il posto che avrebbe meritato; a maggior ragione va ricordato il suo talento, quello di un grande pilota al quale la memoria degli appassionati deve tributare almeno una, simbolica, corona di alloro, dovuta a tutti quelli che li hanno fatti divertire.


Paolo Marcacci

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