Suzuka 2006, ad un passo dalla leggenda!



Non era semplicemente contemplabile. Di conseguenza non poteva essere possibile. Comunque non quel giorno, non dopo tutto quello che aveva fatto, conquistato e, quell’anno in particolare, riconquistato.


Quasi da non volere che il fumo bianco finisse mai di diradarsi, rivelando come stavano davvero le cose. Quasi da non crederci, conti alla mano e testa già a Interlagos, al gran premio successivo, quello che avrebbe coronato la rimonta perfetta, quello dell’ottavo titolo mondiale, il sesto da ferrarista.


La Renault di Alonso quasi sei secondi indietro; il ritmo consueto, consuete anche le premesse di abbassare i tempi, progressivamente, cannibalescamente, frustrando ancora una volta chi non vedeva l’ora di gioire vedendo il re costretto ad abdicare. Sono sempre quelli, i veri perdenti, non chi esce sconfitto dopo averci messo tutto quello che aveva, dopo aver profuso ogni stilla del proprio talento nella rincorsa al risultato.


La rimonta perfetta si alimentava di se stessa, tornata dopo tornata, morso dopo morso anzi, come a strappare brandelli di colore dalla Renault chiazzata con tinte pastello.


Fernando Alonso, un principe iberico per il trono di Francia. Aspirante re del mondo. Ma la corona cominciava ad allontanarsi, quel giorno, a bordo di una sagoma rossa che era sul punto di riprendersi, o meglio trattenere, tutto quello che ancora non le avevano portato via.


È all’uscita da una curva lenta che al motore si chiede tutto quello che il motore ha, finché ce l’ha. Michael Schumacher dopo trentacinque tornate, a Suzuka 2006, non è soltanto un pilota: è anche uno scultore che sta cominciando a rifinire il suo capolavoro, come se avesse già in mano il cesello per delineare meglio i contorni del suo dominio. Tra tante opere d’arte, di quelle che ha disseminato per il mondo, questa ha le carte in regola per essere la più stupefacente. Cominciata nelle gare precedenti, stretta fra i denti come un cucciolo di leone.


È all’uscita da una curva lenta che lui chiede alla traiettoria di trattenere il fiato per farsi più sottile, per rinunciare ai centesimi di secondo da infilare nella tasca della tuta, tornata dopo tornata.


Come se si trattasse di un filo invisibile. Ma stavolta il filo è di fumo, bianco come ovatta, prima sottile, quasi delicato nel sussurrare un colpo di tosse; poi sempre più denso, spesso come l’ovatta che sembra avvolgere il casco, tanto che qualcuno spera che sia quello di Felipe Massa, con tutto il rispetto. Come se Lucio Battisti tornasse a cantare "Non è Francesca", che stavolta oltre a essere bionda e vestita di rosso ha anche la mascella volitiva.


Qualcuno spera, qualcun altro vede sfilare via una Renault. La Renault. Quella di Fernando Alonso, che il titolo mondiale lo prende a bordo in quel momento.


Il filo è diventato una nuvola sotto il cielo sereno; una nuvola bianca come quelle disegnate in certi arazzi giapponesi.


Scende un re, dal trono. Diranno gli almanacchi che ha appena abdicato. In realtà non l’abbiamo mai visto così grande, così nobile come in questo istante in cui sembra voler accarezzare, deponendolo sull’erba oltre il guardrail, quello che resta della sua impresa più grande.


Torna ai box, calpestando il dolore con il passo solenne di una parata; durante la passerella gli si immagina nella mano destra lo scettro immaginario dove sono incisi tutti i suoi allori, uno per uno. Con uno spazio lasciato libero per ciò che non potrà più essere.


Un vero re sa essere innanzitutto suddito del suo popolo; per questo ringrazia i meccanici, uno per uno, per tutto quello che hanno attraversato assieme; per ogni bandiera a scacchi; per ogni dado serrato in ogni cambio gomme; per ogni particolare ascoltato ed elaborato; per ogni litro di benzina che ha placato la sete della leggenda.


Poteva essere la sua impresa più grande, oggi, a Suzuka 2006. Forse quando Michael Schumacher scende dalla Ferrari, lo è ugualmente.


Paolo Marcacci

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