Riccardo Patrese, cuor di leone!



Ci avete mai fatto caso al fatto che quelli che hanno il naso più pronunciato, che più marcatamente segna il loro viso, hanno in genere storie più interessanti da raccontare?


Beh, forse è soltanto una scemenza, ma non nel caso di Riccardo Patrese, padovano dal sorriso discreto e dal profilo affilato. Pilota che assaggia la Formula Uno nel 1977 per poi salutarla nel 1993. Come a dire che ne attraversa, volante in un pugno, perlomeno tre epoche, anzi tre ere: dalla fase dello sviluppo meccanico e aerodinamico a volte persino avventato fino a quella dello sviluppo tecnologico ed elettronico già sofisticatissimo; figlio di un elaborazione che nasce dalle dita degli ingegneri, passa per gli schermi dei pc e poi finisce tra le mani del pilota, sempre più esecutore di traiettorie in buona parte disegnate in laboratorio.


Lungo la sua lunghissima parabola sportiva Patrese ha gareggiato per le scuderie emergenti così come per i top team, esibendo sempre la sua ostinazione, la velocità e il saper andare oltre i capricci della fortuna.


Ha vinto gare memorabili, su tutte Monaco ‘82, senza mai inebriarsi smodatamente col nettare della vittoria, ha provato la crudeltà e le bassezze degli altri piloti; ha conquistato e suo malgrado dovuto riconquistare stima.


Patrese, Monaco 1982

Una famiglia tranquilla e benestante nel passato del ragazzo di Padova; una passione, quella per i kart, che ha divorato le altre predisposizioni sportive, a cominciare dal nuoto. Ha debuttato in Formula Uno con una Shadow che definiremmo caracollante, quindi non il massimo per mettersi in evidenza. Ma è riuscito, nonostante tutto, a proseguire, regalandosi l’emozione della pole position con la Arrows dell’inizio degli anni ottanta.


Patrese su Arrows, Gran Premio di Las Vegas 1981

Non ha mai goduto, né forse ha saputo procacciarsi, i favori della stampa, specializzata e non: carattere chiuso, atteggiamenti contenuti, esibizione di talento solo in pista, zero esibizionismo fuori.


E a metà degli anni '80 il pubblico e i media italiani gli avrebbero poi preferito Michele Alboreto, tanto più popolare e nazionalpopolare, come si diceva all’epoca, perché correva per la Ferrari ancora segnata e in qualche modo rassegnata per il dopo Villeneuve. All’apogeo della propria parabola sportiva è approdato alla Williams, dove in una certa misura ha potuto esprimere il proprio valore e il potenziale della sua esperienza, il tutto però all’ombra di Nigel Mansell: una storia a parte, che racconteremo, è quella del Leone d’Inghilterra con un capitano d’azienda come Frank Williams.


Patrese su Williams, Monaco 1992

In un modo o nell’altro, il suo nome entra di diritto in tanti capitoli di storia della Formula Uno. Istantanee, fotogrammi da isolare. A Monza nel 1978 Patrese subisce uno dei peggiori colpi bassi che i piloti e la loro associazione abbiano mai perpetrato nei confronti di uno di loro. La prima partenza, carambole in serie, la colonna altissima e impressionante di fumo nero. Il giorno dopo Ronnie Peterson, uno dei grandi veterani del Circus, muore all'ospedale Niguarda per le conseguenze di quell'incidente (embolia) e nel dolore per la sua fine la sua patria, la Svezia, rinuncia alla Formula Uno, cancellando il suo gran premio.


Partenza GP Italia 1978

Patrese viene accusato dai piloti, suoi colleghi, di aver innescato l'incidente con una manovra azzardata e verrà considerato per più di una stagione a venire il responsabile della scomparsa di Peterson. L'associazione Piloti gli vieta di prendere parte al Gran Premio successivo. Ha solo ventiquattro anni ed è uno dei piloti più giovani della massima formula.


Passano lunghi periodi in cui deve fare appello al proprio autocontrollo, all’amore proprio che non esibisce in modo plateale, per sopportare una vera e propria onta, un’infamia, prima che Bernie Ecclestone lo chiami alla Brabham, facendone un pilota di punta, da emergente (e inviso all’ambiente) che era. Alcuni anni dopo le perizie stabiliranno che non aveva alcuna responsabilità nella carambola mortale di Monza. Nessuno degli altri drivers risulta che si sia mai scusato con lui: non Niki Lauda, fra gli altri, nemmeno James Hunt, forse il vero colpevole.


Patrese in azione con la Brabham a Imola, 1983

Imola, 1983: Riccardo Patrese è fermo alle Acque Minerali tra bandiere ferrariste e pubblico gioioso, comprensibilmente, perché la sua uscita spiana la strada alla vittoria della Ferrari di Tambay. Peccato per i fischi, gli insulti e lo scherno: un pilota italiano di fronte al Cavallino è straniero come e in un certo senso più degli altri; lui però non merita, non ha mai meritato quel trattamento. Dopo la Brabham, con cui vince a Montecarlo e in Sudafrica, anni bui in Alfa Romeo; poi ancora Brabham, quindi finalmente la Williams, la grande occasione, seppur da seconda guida.


Una delle squadre più vincenti della Formula Uno fine alla metà inoltrata del decennio, che dal 1988 cede il suo scettro alla McLaren di Sua Maestà Ron Dennis, spinta e animata dalla rivalità quasi metafisica tra Alain Prost e Ayrton Senna. Patrese compie il suo dovere con classe, arrivando a vincere alcune gare. Una in particolare: nel 1990 riesce a godersi la più saporita rivalsa della sua carriera. Stavolta il tripudio di Imola è tutto per lui, anche se è l'anno in cui la ribalta è tutta per il duello Prost - Senna, stavolta rispettivamente su Ferrari e McLaren, ma il pilota di Padova ha nel frattempo conquistato la stima e finalmente anche l'affetto dell'Italia, diventandone il suo più autorevole e a questo punto popolar rappresentante in Formula Uno. Nella sua felicità, ancora una volta, non ha rivincite da consumare, eppure ne avrebbe più d’una ragione.


Patrese vincitore del Gran Premio di San Marino 1990

Nel 1992, Gran Premio del Portogallo, vive lo spettacolare incidente dell'Estoril causato da Gerhard Berger, uno che al fianco di Ayrton Senna, in McLaren, si segnala per più di una manovra al limite e forse oltre il regolamento. Poco prima dell’entrata nella corsia d'ingresso ai box l'austriaco stringe contro la Williams di Patrese. Collisione inevitabile, la vettura dell'italiano schizza in alto, producendosi in varie giravolte, per così dire, prima di andare a cadere a pochi centimetri dal muretto. Come si suol dire, si sfiorò la tragedia. Riccardo Patrese, pur dopo l’enorme rischio corso del tutto incolpevolmente, non ha mai preteso la squalifica di Gerhard Berger. Anche lo stile di certi uomini dovrebbe, in un modo o nell’altro, finire sugli almanacchi.


Patrese su Benetton, 1993

Approda alla Benetton alla soglia dei quarant’anni, da stimatissimo “nonno” del Circus, recordman per presenze (alla fine 256) e ancora richiesto, se ne avesse voglia, da più di un team importante. Ma è un segno di classe anche il saper dire basta al momento giusto, senza cadere nella malinconia del proprio declino. Anche in questo si distingue l’uomo che c’è stato e ci sarà dietro al campione.


Paolo Marcacci

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