Quel primo magico squillo di Schumacher...

Aggiornato il: 29 gen 2019


Michael Schumacher su Benetton-Ford, GP del Belgio 1992

È destino che sulle Ardenne, prima o poi, qualcuno torni a darsi battaglia. E non occorre scomodare la Storia con la maiuscola, parlando dell’ultimo, disperato ruggito della Wermacht nel 1944, quando l’esercito nazista appariva già condannato alla sconfitta e nonostante questo, o proprio per questo, mise in atto la sua ultima disperata offensiva nel secondo conflitto mondiale.


A noi piace raccontare non di sentieri impervi dove la neve si mescola al sangue, ma della lingua d’asfalto forse più affascinante del mondo, tra tornanti che sembrano fatti apposta per sgambettare la meccanica in ogni sua componente, persistenze di accelerazione che ululano sul lungo rettilineo e poi il “gomito” acutissimo della Source, quella curva magnifica e maledetta, che solo a definirla tale ci vuole coraggio, figurarsi a percorrerla, interrogandosi ogni volta su dove inizi davvero e su quando la macchina ne sia uscita del tutto fuori. È il circuito di Spa-Francochamps, che due distretti si spartiscono, che le grandi montagne da sopra proteggono, scrutandolo affascinate, mentre le loro gole ingoiano l’eco lussuriosa dei pistoni.


Anche quella che raccontiamo noi, in fondo, è una questione tra tedeschi, inglesi e francesi, separati stavolta da una trincea di secondi, da strisce gommate che indicano la via a chi insegue, accorciando quella di chi fugge, o tenta di farlo.


Poi arriva la pioggia, che in estate non avverte l’asfalto che si fa scuro per la sorpresa; la pioggia che nasconde i suoi rivoli tra le scanalature degli pneumatici appena sostituiti, evaporando poi quando le visiere sembravano già lacrimare difficoltà, appannate come l’orizzonte che si scorge oltre le vette.


Michael Schumacher su Benetton-Ford, GP del Belgio 1992

Agosto 1992, sembra non vi sia spazio per altri destini, oltre a quelli incarnati dalla frustrazione di Ayrton Senna, nell’annus horribilis della McLaren-Honda e di Nigel Mansell, sempre più “Leone d’Inghilterra” grazie anche alla Williams FW14b, spinta dal propulsore Renault, una macchina che sembra venuta da un altro pianeta, tanto è nitida la superiorità delle sue prestazioni.


L’orgoglio del grande brasiliano che appigliandosi alla sua classe immensa tenta di opporsi allo stradominio del baffuto e coriaceo corsaro dell’Isola di Man. Sono appaiati, in prima fila, il 30 agosto, col gomito dell’autunno che da quelle parti già si pianta nelle costole dell’estate, mozzandole il respiro. Senna in prova ha girato di due secondi più lentamente rispetto a Mansell: un’intera clessidra di prestazioni li divide.


Dietro di loro, in griglia, accanto all’altra Williams di Riccardo Patrese c’è la Benetton di Michael Schumacher, ragazzone dalla mascella volitiva, dall’aria gioviale, dalle idee fin troppo chiare: tedesco di Hürt, è già molto più di un pilota emergente; ha già avuto la ribalta dei piazzamenti, ha saputo cesellare giri veloci scucendo millesimi dalla tuta dei veterani, ma si è già beccato i rimproveri di Senna a Magny Cours.


Alla partenza, proprio Senna soffia tutta la sua maestria negli scarichi della sua McLaren crepuscolare, riuscendo a sopravanzare Mansell. Sembra debba essere un testa a testa, col pilota di San Paolo che deve metterci tutto se stesso per tenere dietro il Leone.


Ma chiedi alla pioggia, come ha scritto qualcuno.


Dopo qualche tornata fioriscono gli ombrelli sulle tribune, si affacciano battistrada scolpiti sull’uscio dei box.


Proprio Senna sceglie di restare in pista, mentre gli altri si precipitano a montare le rain. Ogni tattica è figlia di un’intuizione e bugiarda come una scommessa: la sua non pagherà, relegandolo progressivamente nelle retrovie.


Allora sarà un monologo di Mansell e delle due Williams, in assoluto. Chi potrebbe contraddire questo pronostico?


Stavolta chiedi al cielo, ammesso che si lasci interrogare; sempre che tu sia in grado di comprenderne la risposta.


Nuvole e squarci di un sereno opaco; potrebbe non smettere, o se dovesse smettere potrebbe piovere di nuovo a breve. Più che il cielo, allora, forse andrebbe interrogato il proprio destino. Perlomeno, quello che si pensa possa essere il proprio destino di quel giorno, per tutti i giri di cui le montagne debbono ancora ingoiare il frastuono.


Michael schumacher su Benetton-Ford

Ciò su cui Mansell, Patrese e tanti altri stanno ancora meditando, il ragazzo di Hürst lo sta già facendo: saranno le sue nuove slick a finire di asciugare l’asfalto ancora umido, perché del cielo e del vento non c’è mai da fidarsi del tutto, all’ombra delle Ardenne. La Benetton di Michael Schumacher è la prima a montare di nuovo le gomme da asciutto, tra diverse tonalità di grigio sul fondo della pista.


Stavolta è venuto in pace, il tedesco; più veloce di qualsiasi controffensiva britannica, anche quando la minaccia negli specchietti si fa più nitida, giallo ocra e bianco, striato di blu: la Williams di Mansell è tornata alla carica; il ragazzo lì davanti non può saperlo, ma sente che al Leone manca qualcosa.


La Williams di Mansell, creatura perfetta che sembra partorita nel futuro, stavolta ha un problema a uno scarico. Nulla di grave, ma quanto basta per renderla solo un po’ meno imbattibile, un po’ meno famelica ora che sta inseguendo la Benetton di Schumacher. Forse ancora meglio della vittoria, quando arriva per la prima volta, è il sapore di essa, che il pilota sente sotto la maschera negli ultimi tornanti. Forse ogni pilota vorrebbe vivere per sempre in quegli istanti, per i quali nemmeno morire sarebbe un prezzo troppo alto.


Nitida nelle sue traiettorie spavalde, la coloratissima Benetton si prende la scena che sembrava destinata agli altri; la bandiera a scacchi è la tenda del palcoscenico che si schiude su un’epoca nuova, forse iniziata prima che ogni avversario potesse rendersene conto.


Michael Schumacher, primo al traguardo, festeggia con Nigel Mansell

Chiedi alle Ardenne, allora: le grandi montagne ti racconteranno anche questa storia qua, con tutta la gratitudine con cui il loro vento ha scompigliato i capelli chiari del ragazzo di Hürst, sul gradino più alto del podio: lui le aveva scelte come sfondo della sua prima vittoria.


Paolo Marcacci

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