Quel pazzo sognatore di Lord Alexander Hesketh...



Sognatori, visionari, un po’ pionieri, tanto appassionati. Forse pazzi, perlomeno quel tanto che bastava per pretendere di bruciare soldi e pezzi di ricambio in quel feroce caravanserraglio che era la Formula Uno degli anni settanta.


Quella vera, secondo i nostalgici.


Noi, che ci sforziamo di accettare l’andar del tempo, non possiamo però che essere d’accordo quando si rimpiangono, oltre ad alcuni piloti, certi personaggi che alle corsa diedero, seppur in modo differente da chi si calava nell’abitacolo, la vita.


Il cuore, la fantasia.


E il patrimonio di famiglia, finché i suoi lo hanno supportato e sopportato, come scelse di fare all’inizio degli anni settanta Lord Alexander Hesketh, generoso nel sorriso e nel girovita, senz’altro più talentuoso come talent scout che come amministratore.


Quando scelse di far concepire le sue monoposto a uno sconosciuto progettista dal nome che sembrava uno scioglilingua, come tanti anni dopo avremmo scoperto anche in Italia, Harvey Postlethwaite.


Oppure quando decise di affidare la sua monoposto - perché all’inizio era una soltanto - a un ragazzo che peccava di troppa vita, per così dire: James Hunt, che teneva per i fianchi donne e macchine, scuotendole allo stesso modo, impattando spesso contro muretti e mariti gelosi, magari a poche ore di distanza tra l’una e l’altra collisione. Hunt The shunt, lo schianto: in tutte le accezioni immaginabili.


Era bella la macchina, troppo diversa e caratteristica rispetto alle altre per correre il rischio di farsi dimenticare: tutta bianca, un orsacchiotto per simbolo, sulle fiancate una striscia rossa e una blu, oblique, a richiamare la Union Jack, la bandiera.


Nessun marchio di sigarette, o di pneumatici, nemmeno di autoricambi: troppo volgari, le sponsorizzazioni, per quel rampollo della nobiltà britannica che l’amore per i motori e per il mondo delle corse aveva strappato a un’esistenza diversamente agiata, tra vecchi manieri, corse di cani e cavalli, thé speziati da sorbire in vellutati salotti; senza il rischio di vedere il fumo dei soldi che se ne vanno mescolarsi a quello densissimo che esce con volute scure dai tubi di scarico.


La Hesketh di Formula Uno debutta a Montecarlo, dove se no? Immaginate una location diversa? Poteva accontentarsi di un "normale" circuito, per quanto prestigioso, Lord Hesketh, che si presenta nella baia del Principato per il Gran Premio del 1973 con il suo yacht carico di ragazze in bikini, con le scorte di ostriche e champagne sempre in fresco da offrire anche ai box?


Con la pancia tonda in bella vista, il viso pieno da ragazzo, perché era un ragazzo, gaudente, la chioma liscia e fluente, vagamente beat, lo sguardo da bambino affascinato dal suo giocattolo costoso e delicato, affidato a un altro sognatore che non sa tenere mai del tutto i piedi per terra.


In principio acquista una March, per vestirla esclusivamente dei suoi quarti di nobiltà, per consentire a James Hunt di far capire al mondo che quella macchina non è lì soltanto per far parlare di un giovane nobile eccentrico e spendaccione.


Lo diranno i punti, i piazzamenti, le incursioni della monoposto bianca e altezzosa in mezzo in mezzo alla monoposto dei giganti, con tutti i loro marchi di carburanti o merendine stampigliati sui musetti.


Nel 1974, come se quella follia divenuta realtà non gli bastasse, Lord Hesketh diviene anche costruttore, affidando a Postlethwaite il concepimento di una vettura che si rivelerà affidabile e sempre più performante, spinta dal regolarissimo motore Cosworth, con un cambio maneggevole e un’aerodinamica le cui linee sembrano assecondare le carezze di Hunt al volante: mai caste, sempre dionisiache.


Chiedete alla donna del momento, domandate alla macchina.


La Hesketh allora smette di essere soltanto un fenomeno di costume, nel mondo delle corse: diventa una realtà, che il suo pingue demiurgo continua a nutrire a colpi di banconote, oltre che di passione. Prima ancora dei risultati, è la competitività di base a collocarla tra le scuderie non casuali, non improvvisate.


Gran Premio d’Olanda del 1975: la Hesketh 308b, motorizzata Ford Cosworth DFV, pilotata da James Hunt, riesce a guardarsi le spalle dal ritorno furente della Ferrari 312T di Niki Lauda. Prima vittoria in un gran premio ufficiale; sarebbe stata anche l’ultima, per dell’Orsetto e della livrea con la bandiera di Sua Maestà: forse anche per questo i festeggiamenti iniziano sul circuito di Zandvoort e terminano in un castello inglese, giorni e litri di champagne dopo.


Chissà che alla fine non siano stati più i litri di alcool fuggiti per i brindisi che quelli di carburante occorsi per battere Lauda.


Chissà...probabile.


È questo l’apice della storia: prima che Hunt se ne vada alla McLaren sedotta e abbandonata da Fittipaldi, per giocarsi la chance di una vita.


Prima che i costi diventino insostenibili; prima che Lord Hesketh, dovendo "sporcare" la sua livrea con una sponsorizzazione, abbia l’ennesima intuizione bizzarra, piazza di sulla monoposto che porta il suo nome una stilizzata signorina di Penthouse, la più glamour tra le riviste per adulti, così come la Hesketh lo è stata tra le scuderie di Formula Uno.


È a questo punto della storia che gli rendiamo omaggio; è così che lo lasciamo, Lord Alexander Hesketh, che nel frattempo è arrivato all’età di sessantanove anni.


Ancora oggi basta guardarlo, per capire che non è mai riuscito a mettere a dieta se stesso, come un tempo non ci riuscì con i propri sogni.


Paolo Marcacci

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