Quando correvano Nelson Piquet e quelli come lui, come fosse un romanzo!



In uno dei suoi romanzi che hanno per protagonista il Commissario Montalbano, onestamente non ricordo quale, Andrea Camilleri a un certo punto descrive il suo personaggio come piuttosto disinteressato ad assistere a programmi di sport in tv. Con una sola eccezione: le gare automobilistiche. In più di un romanzo, di Montalbano viene infatti sottolineato come non ami molto guidare, come sia piuttosto impacciato al volante e quasi eccessivamente prudente, pur essendo un poliziotto. Per questo, scrive Camilleri, il suo personaggio ammira i virtuosi del volante, quelli che riescono a far compiere alla vettura ogni tipo di evoluzione.


Come quando sterzano da una parte per fare andare la macchina dalla parte opposta.


Come quando correva Nelson Piquet, allora, che solo a pronunciarne il nome sentivi che nessun’altra parola potesse avere una sequenza di accenti più perfetta, più melodica di così. E gli altri piloti, prima del semaforo che allora diventava verde, fissavano un punto lontano da sotto la visiera e la maschera bianca, per trovare la concentrazione e isolarsi dal clamore che precedeva la bagarre della partenza.


Lui no, lui si godeva gli ultimi passi ancheggianti delle ragazze con gli ombrellini. Forse per questo era l’unico che strizzava l’occhiolino alla telecamera, come se fosse lì soprattutto per divertirsi, ancora prima che per vincere.


E dire che vinceva spesso, contando alla fine tre titoli mondiali e una marea di gran premi dominati, a volte reinventati a colpi di frizione e pennellati pesantemente con tratti generosi di pneumatici, come inchiostro gommato che imprimeva una calligrafia differente dalle altre; con qualche arabesco in più, come se a ogni tornata dovesse lasciare un segno inequivocabile del suo passaggio.  Forse perché alla storia delle corse si è consegnato con il cognome della madre e non con quello dell’anagrafe, dove un padre intransigente lo avrebbe estratto a forza da quegli abitacoli in cui all’inizio si infilava di nascosto, bello come mamma lo aveva fatto e grazie a lei ribattezzato pilota; campione subito e non ancora conosciuto; artigiano geniale dell’angolo di traiettoria da smussare o da rendere acuto, e dello spunto impossibile.  Come quel giorno all’Hungaroring, Gran Premio d’Ungheria del 1986, la prima volta della Formula Uno oltrecortina, nell’Europa dell’est, in un paese compreso all’interno di quello che veniva denominato Blocco comunista.  Tracciato ostico, dove i punti per sorpassare vanno inventati, più che individuati. Due caschi dalle livree inconfondibili, verde su fondo giallo e rossa in campo bianco; nei loro abitacoli anche due modi di appartenere al Brasile, una nazione divisa tra un giovane figlio già prediletto e un affermato campione forse un po’ troppo zingaro per incarnare appieno l’amore di patria.


Ayrton Senna non è già più una promessa, e non è mai stato una meteora.

Per di più ha azzeccato l’assetto della sua Lotus -Renault, scommettendo sui minori carichi aerodinamici e soprattutto sulla sua capacità di far seguire alla monoposto nera e oro, la più bella di tutte, il dettato muto della traiettoria, giro dopo giro, a cominciare da quello di qualifica, che gli vale la pole position.

La gara conferma che tutto ciò che poteva prevedere, il brasiliano di San Paolo lo ha azzeccato, a dispetto della potenza e dell’efficienza delle FW11, le Williams - Honda di Mansell e di Nelson Piquet, brasiliano di Rio De Janeiro, uno che nel suono del nome ha la stessa melodia perfetta di quando i pistoni eseguono a menadito il suo spartito di direttore d’orchestra, che nelle giornate di grazia comprime lo smoking sotto la tuta.

  Solo che oggi, Gran Premio d’Ungheria 1986, la giornata di grazia sembra quella di una Lotus nera col puntino giallo fluorescente al centro, che va come le macchinine delle piste elettriche, sulla loro corsia di stagno.

Decide, Nelson Piquet, di piazzarglisi dietro gli scarichi, perché se un brasiliano di San Paolo è stato così efficiente nella messa a punto, uno di Rio non può che approfittare della sua scia, fino agli ultimi giri: breve trenino, velocissimo; nero-oro-bianco-giallo, col vuoto dietro e l’incertezza davanti.

Poi succede; a pochi giri dalla fine succede: che Senna non sbaglia nulla ma il guanto del dio delle corse accarezza il volante di Nelson Piquet, figlio prediletto, più scanzonato degli altri: cerca l’esterno con una fumata più densa delle altre, sul rettilineo dove ogni giro ricomincia; come se tra due pesi massimi uno dei due trovasse all’improvviso il varco per il gancio decisivo; gli si mette davanti con quasi tutta la Williams, mentre Senna cerca lo spunto all’interno, apparentemente avvantaggiato dalla traiettoria, mentre s’è già aperto a entrambi il palcoscenico del curvone.


È lì che Nelson, che ha sedotto le donne più belle, convince la macchina a un gioco da kamasutra sull’asfalto dell’est: chiude a Senna lo spazio, lo costringe ad alzare il piede, punta l‘interno della curva e avvia un controsterzo che forse anche Dio, in quel momento, si mette la mano sugli occhi. Parte il retrotreno della Williams, con la macchina in preda all’orgasmo e le mani dell’uomo che le tengono i fianchi; il motore Honda a quel punto gode di un urlo prolungato; poi l’uomo, con la visuale sgombra davanti e una sagoma nera e oro negli specchietti, prende per mano la sua Williams perfetta, fino a ricoprirla, amorevole, col lenzuolo di una bandiera a scacchi. Come se il sospiro di certi orgasmi profumasse di benzina. Come se il dio delle corse a volte lasciasse fare i suoi figli prediletti. Come quando correvano Nelson Piquet e quelli come lui, che il Commissario Montalbano e il suo creatore ammiravano tanto.


Paolo Marcacci

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