Per non dimenticare quel dolce risveglio a Suzuka...


Michael Schumacher, vincitore del GP del Giappone 2000

I ricordi più belli sono lampi, macchie di colore. Non è possibile, non del tutto perlomeno, ordinare secondo un filo logico, né tanto meno cronologico, la successione dei fatti. Quello che resta intatto è il quadro delle emozioni: chiazze di colore su una tela di seta giapponese, tesa come i nervi di chi ha spezzato in due la propria notte, in tanti angoli del mondo, pur di sapere quale domatore avrà fatto schioccare meglio la frusta dei secondi, delle traiettorie, dei battistrada che alla fine si riducono come un chewing-gum masticato. E non un chewing-gum a caso, ma uno soltanto: bianco, della Brooklyn.


Perché questa improvvisa pubblicità tutt’altro che occulta? Perché era la scritta che sulla tuta candida portava Jody Scheckter, gigante sudafricano dal sorriso mite, sul podio di Monza ‘79. Ventuno anni prima, l’ultima volta della Ferrari in cima al mondo. C’era Sandro Pertini al Quirinale e la maggior parte degli italiani aveva ancora in casa il televisore in bianco e nero col tubo catodico; eppure le Ferrari quando vincevano riuscivano a sembrare rosse pure lì; mentre dietro gli occhiali neri del Vecchio un’altra epoca ancora, di macchine e di uomini, si andava a nascondere, trascorrendo.


Jody Scheckter festeggia la vittoria del campionato del mondo 1979 a Monza

Ventuno anni dopo, un’eternità. Come se fosse passato un secolo intero; come se i ragazzini che eravamo nel 1979 fossero in realtà nostri antenati, come se nei nostri telefoni cellulari non ci fosse più memoria di un mondo dove la meccanica ancora prevaleva sull’elettronica; ancora per poco e per troppo tempo, invece, non avremmo più visto il Cavallino sul tetto del mondo, nell’unico posto dove abbia un senso vederlo sollevare le zampe anteriori. Ci aspettavano decenni di Brabham, di McLaren e di Williams; di campioni sempre iridati dentro altre livree e di epopee che si sarebbero incrociare come fili di una ragnatela all’interno della quale si sarebbe divincolata, per invischiarsi in realtà sempre più, la frustrazione ferrarista: i mondiali di Nelson Piquet, dell’ultimo Lauda, del Professor Prost, del Leone d’Inghilterra Nigel Mansell e si un fenomeno brasiliano che trasudava classe e malinconia. Infine la mascella volitiva di un tedesco senza alcun timore reverenziale, uno che avrebbe digrignato i denti del suo sorriso grintoso stendendolo come un ponte tra il secolo vecchio e quello nuovo, tra l’arcobaleno della Benetton e un rosso antico, lucidato dalla speranza di un’attesa infinita, frustrante, innaturale.


Otto ottobre 2000, quel che resta  della notte italiana profuma di caffè forte, mentre il velo della scaramanzia sembra attardarsi a svelare il chiarore dell’alba. Il cielo giapponese è imperscrutabile, ma non è una novità. Stavolta però l’asfalto è quello di Suzuka: lì si dipana quella tela di seta dove vorremmo vedere chiazze di rosso prevalente.


I due grandi rivali a confronto: Mika Häkkinen e Michael Schumacher

Nel frattempo, nella lente d’ingrandimento dei primi piani, interroghiamo gli sguardi, sotto le visiere. Ci colpisce quasi di più quello di Mika Häkkinen, che ha il ghiaccio nelle pupille come riflesso più intimo della sua McLaren, vestita d’argento e sfumata di nero, come una signora che pretenda il centro del salone, prima del ballo, anche soltanto per il numero uno che porta sul seno.


Nelle pupille di Michael Schumacher, una scintilla in più: quella che hanno gli occhi degli squali un istante prima che affondino il morso. Nella nostra allucinazione di visionari, prima del semaforo, ci è sembrato che la coda del Cavallino abbia avuto un fremito, sotto la brezza orientale.


Quanti sono otto punti di vantaggio, tanti o pochi? Bisognerebbe chiedersi se siano giusti o sbagliati, ma questo dipende soltanto dal modo in cui li si amministra, o li si valorizza.


Ogni numero, del resto, è stato un patrimonio, sin dall’inizio del week end, a Suzuka: più sottile della pioggerella che fa capolino è stata la pole di Michael Schumacher, nove millesimi di vantaggio sono una goccia di tempo quasi impalpabile, un alettone di vantaggio sul confine del traguardo.


Partono. È come se il teleschermo s’inclinasse, perché la Ferrari numero tre se ne va in diagonale, con la scelta lucida e perentoria di chi ha scelto di chiudere una porta, più che aprire una traiettoria; lo spunto di Häkkinen però è stato nitido, persistente nell’accelerazione ostinata che non cede al cono d’ombra della Ferrari che si materializza sulla sinistra.


La partenza del GP del Giappone 2000

Se ne vanno, uno appresso all’altro, il campione in carica e il capofila del mondiale in corso. Se ne vanno, equilibristi sul filo invisibile e proprio per questo decisivo della strategia. Quale sarà quella su cui poggia gli zoccoli posteriori il Cavallino nero? Forse è nascosta tra i cespugli radi della barba rossiccia di Ross Brawn, generoso nell’abbeverare il serbatoio della Rossa, alla prima sosta, in modo tale che la macchina del tedesco possa avere sete qualche giro più tardi rispetto al rivale, prima della prossima fermata. Paradossi della vita e delle corse: si corre così tanto per poi vincere negli istanti in cui ci si ferma. Finché può restare in pista, Schumacher asciuga tutta la monoposto, non soltanto il serbatoio: sembra renderla più affilata a ogni passaggio, nella nitidezza delle scie. Ammucchia e nasconde secondi di vantaggio nella tana dell’abitacolo, fino a che anche la Ferrari accende il puntino rosso d’una gola secca: rientra, le spengono la sete, quindi si precipita fuori dalla corsia dei box. Dov’è Häkkinen? È una scintilla metallizzata nella cornice d’uno specchietto retrovisore. È l’inseguitore inseguito per un mondiale intero; è dietro, furente come un cavaliere che veda improvvisamente rimpicciolire il Sacro Graal che aveva avuto sulla tavola fino all’istante precedente. 

Michael Schumacher, balzato davanti ad Häkkinen dopo il Pit-Stop

Noi cosa pensiamo, per i giri che restano? Soltanto ora contiamo davvero il tempo passato, gli anni volati via lungo strade tortuose come le rughe sul volto imperscrutabile del Vecchio, che uno se lo immagina sempre nel suo ufficio di Maranello, che anche se non c’è più da dodici anni la cosa più normale da aspettarsi è una sua telefonata dopo la gara. E gli ultimi giri hanno secondi di vantaggio dai fianchi sempre più magri, come acciughe dell’oceano; un cielo giapponese sembra immobile per dilatare gli istanti; una monoposto rossa sbuca dall’ultima curva; sul rettilineo del presente si liberano finalmente verso quel cielo tutti gli anni trascorsi nell’attesa, come anime del Purgatorio.


Michael Schumacher passa per primo il traguardo e riporta il titolo a Maranello dopo un'attesa durata ventun'anni

Poi ci sembra di avere accanto, per abbracciarli, per raccontare loro cosa sia accaduto nel frattempo, quei ragazzini che eravamo ventuno anni prima, magari asciugandoci una lacrima, con la stessa carezza con cui la bandiera a scacchi sembra pulire la visiera di Michael Schumacher, Campione del mondo.


Paolo Marcacci

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