Musica francese a Monaco '72...



Immagini un filo sgranate, perché così è più bello. Coriandolini microscopici che sembrano sputati dai tubi di scarico sofferenti, come sempre quando i continui cambi di marcia facevano tossire i grandi cuori d’acciaio, in mezzo a quella specie di cunicoli del Principato. Invece è il segno del tempo sulla pellicola che ci piace senza restauro, perché serve a far capire tutto il tempo trascorso.


Lasciateci però il tuono di quei motori, quello non ce lo toccate, almeno per quanto riguarda il tracciato dei nostri ricordi.

Difficilmente vedremo monoposto più belle, dopo quelle dei primi anni settanta, che a Montecarlo si facevano sbirciare i fianchi come da nessun’altra parte, scodinzolando trattenute a stento. Poi, quando il dio delle corse aveva proprio intenzione di divertirsi, allora soffiava pioggia dalle nuvole scure, inclinando la roulette dei tanti e brevi giri in modo che il dado impazzisse del tutto.


Così decise di fare, per esempio, il 14 maggio del 1972, quando la Lotus di Emerson Fittipaldi partì dalla prima posizione, seguita dalle Ferrari di Jacky Ickx e Clay Regazzoni.


Dalla quarta posizione partiva la BRM di Jean Pierre Beltoise.


L’acqua, sempre più copiosa, lucidava asfalto e lamiere, precipitando dal cielo monegasco, quel giorno più grigio e più scuro di un tubo di scappamento.


In troppi non trovano lo spunto, pattinando fra rivoli sempre più abbondanti; così Beltoise schizza sopravanzando i primi tre, strappando a morsi di frizione quel primo posto che non lascerà più.


Lo tallona Ickx, perlomeno finché i doppiaggi non lo rallentano, ripristinando le distanze iniziali; dietro di loro si cercano Fittipaldi e Stewart, fino al momento in cui quest’ultimo finisce per frenare lungo all’ingresso della curva del Gasometro. Il grande scozzese cede definitivamente il gradino più basso del podio a Fittipaldi, mentre la pioggia batte così insistentemente che sembra voler spaventare Carolina, Stepanie ed Alberto, così bambini da avere paura per davvero, del temporale.


Mentre Beltoise gira, e tornata dopo tornata forse comincia a pensare che non può essere, non così e non a Montecarlo. Sarebbe bello in misura innaturale. Ma chiedi alla pioggia, la sola a conoscere i verdetti autentici.


E chiedi a un pilota che tra i ruscelletti che defluiscono giù dal curvone del Mirabeau costruisce la sua giornata di grazia, di gloria; una di quelle per cui vale spendere l’intera esistenza; una di quelle in nome delle quali, comunque vada il resto della tua vita, sei certo che nessuno potrà più dimenticarti del tutto. Ci saranno sempre un albo d’oro, una statistica, un qualche amarcord col tuo nome nel taschino.


Monaco 1972, sotto l’ombrello del Principe, è la storia di un pilota francese che coglie l’alloro nel gran premio più fascinoso (oggi diremmo glamour) di tutto il calendario del Circus, seguito da Ickx e Fittipaldi in quest’ordine. Come tutti quelli che vincono una volta, anche Jean Pierre Beltoise pensa che sia la prima, forse la prima di una lunga serie. Non sarebbe degno di correre, se non la pensasse così.


Resterà invece la sua unica volta, sul gradino più alto del podio. Perché Monaco 1972 è anche questo: concentrazione di eventi che sembrano aprire un ciclo che non ci sarà; prima e unica vittoria di un talentuoso, velocissimo francese; ultima volta, da prima sotto la bandiera a scacchi, per la gloriosa BRM, tre lettere per un concentrato di storia della Formula Uno, di vittorie, di manici eccelsi che ne hanno tenuto il volante.


Tra i classificati, settimo posto per Andrea De Adamich, su Surtees - Ford; ottavo per un certo Helmut Marko, sempre su BRM. Dietro, tra i piazzati e i ritirati per varie cause: Rolf Stommelen, Ronnie Peterson, Graham Hill, Niki Lauda, Carlos Pace, François Cévert, Clay Regazzoni.


Come una litania, o una laica preghiera motoristica, da levare con gratitudine verso un cielo striato di fumo e sporco di grasso, sotto lo sguardo di due principesse bambine, togliendosi il cappello al cospetto di una Formula Uno irripetibile, come la vittoria di un giorno di maggio per un pilota francese.


Paolo Marcacci

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