Ludovico Scarfiotti, il Campione europeo della Montagna



Ludovico Scarfiotti, conosciuto anche come Lodovico, nasce a Torino il 18 Ottobre del 1933. Dal capoluogo piemontese, dove è nato, la famiglia si trasferisce a Potenza Picena, nelle Marche, per gestire il cementificio a Porto Recanati, costruito per volere del nonno Ludovico, primo presidente della Fiat.


Anche il padre Luigi, deputato del Regno d’Italia, fu un ottimo pilota.


E' dunque logico che anche il giovane Lulù, come veniva scherzosamente chiamato, crescesse con la passione per i motori. La sua carriera agonistica inizia a diciannove anni, quando nel 1952, su Fiat Topolino, debutta sul Circuito del Piceno.


Dopo aver ottenuto il diploma scientifico al liceo Galileo Galilei di Macerata, Ludovico si occupa dell’azienda di famiglia, ma nel frattempo corre diverse cronoscalate minori e prende parte alla Mille Miglia del 1956 al volante di una Fiat 1100 TV realizzata dall’ingegner De Sanctis.


L’anno seguente con una Fiat 8V, carrozzata Zagato, vince il Campionato Italiano GT e il Trofeo della Montagna. Anche nel 1958 si ripeterà al volante di una Osca 1100 e di un’Abarth 1000, affermandosi nei primi campionati nazionali Gran Turismo e nel Trofeo della Montagna.


Passano gli anni e le sue eccezionali doti da pilota, sia in circuito sia in montagna diverranno formidabili, tanto da fargli guadagnare l’ingresso nella squadra ufficiale Ferrari per il 1962. I risultati saranno da subito ottimi: Ludovico si affermerà due volte nel Campionato europeo della montagna, nel 1962 e nel 1965, e compirà favolose imprese in circuito nelle gare sport più prestigiose, come la 12 Ore di Sebring, la 1000 Km del Nürburgring del 1964 in coppia con Vaccarella, e quella del 1965, dove in coppia con John Surtess guideranno la corsa per gli ultimi quarantaquattro giri, vincendo in sei ore, cinquantatré minuti e cinque secondi alla media di 145,58 km/h.


Altre imprese memorabili verranno scritte alla 1000 Chilometri di Monza, la 12 Ore di Reims, la 1000 Chilometri di Spa, ed una memorabile 24 Ore di Le Mans vinta nel 1963 su Ferrari in coppia con Lorenzo Bandini, oltre ad un terzo posto ottenuto alla 1000 Chilometri di Parigi in coppia con Colin Davis.


Nel 1966 Scarfiotti e Bandini si presenteranno alla 1000 Chilometri del Ring guidando la Ferrari Dino 206 S due litri, e si piazzeranno secondi alle spalle della Chevrolet - Chaparral 5.4 litri dell’equipaggio Bonnier - Phil Hill, che porta al debutto assoluto un’avveniristica soluzione tecnica, la trasmissione automatica.


Contemporaneamente alle gare sport e alle gare in montagna, Ludovico si cimenta anche in Formula 1, disputando dieci gare con tre scuderie diverse, Ferrari, Cooper e Eagle, e vincendo un Gran Premio, totalizzando un conteggio di 17 punti.


Il punto più alto della carriera in Formula 1 Scarfiotti lo raggiunge nel 1966, quando vince il Gran Premio d’Italia a Monza davanti al compagno di squadra Mike Parkes e al neozelandese Dennis Hulme; questa sarà l’ultima vittoria in Formula 1 di un pilota italiano al Gran Premio d’Italia.


La decisione della Ferrari di non affidargli alcuna vettura in occasione del Gran Premio d’Italia 1967 sarà il preludio alla fine della sua carriera. Seppure è vero che in squadra era presente la rivalità con Lorenzo Bandini, di cui lo stesso Ferrari parlerà nel suo libro Piloti, che gente:


"Bandini vedeva in Scarfiotti tutto quello che lui, Lorenzo, non era mai riuscito ad essere. Ludovico era il ragazzo ricco, felice, che aveva trovato nella sua vita le tappe già tracciate, anche se per questo aveva voluto guadagnarsi con il rischio qualcosa di suo. Lorenzo sentiva epidermicamente questa differenza. Lo ingelosiva quell'amico che aveva affrontato la carriera agonistica con la tranquillità di trovare una strada e superare la normale routine".


E' però altrettanto vero che lo stesso Ferrari subirà non poche pressioni da parte dell'avvocato Agnelli, che lo inviterà a non fornire ulteriormente delle sue vetture al giovane Ludovico, dato che soprattutto i genitori avrebbero voluto che il figlio non proseguisse la sua attività nel campo del Motorsport.


Tuttavia, Ludovico si presenta a Monza alla guida di una Eagle, ed insieme al contratto con la Porsche firma anche un impegno con la Cooper per una prima guida in Formula 1. Il 26 Ottobre 1967 il giornale Auto Italiana pubblica la notizia, che in Italia ha l’effetto di un vero fulmine a ciel sereno:


"Lodovico Scarfiotti ha firmato il contratto con la Porsche, con la quale disputerà l’anno prossimo il Campionato Europeo della Montagna. Inoltre il pilota italiano sarà impegnato, sempre per la marca tedesca, nella Targa Florio, nella 1000 Chilometri di Monza e in quella di Nurburgring, oltre che alla 24 Ore di Le Mans".


Nessuno se lo aspettava.


Si conclude inaspettatamente il rapporto difficile con la Scuderia di Maranello.


Il 1968 purtroppo è l’anno della tragedia che toglie la vita a Ludovico: a Rossfeld, in Germania, durante le prove di una gara in salita, il pilota italiano è alla guida della sua Porsche 909 Bergspyder, quando inspiegabilmente esce di strada.


Nel luogo dell’incidente si noterà una lunga strisciata, segno inequivocabile che Ludovico aveva provato a frenare ininterrottamente per sessanta metri prima di affrontare la curva. Tempo dopo il magazine Autosprint pubblicherà un'intervista proprio di Ludovico, nella quale rivelerà che sia lui che il compagno di squadra Gerhard Mitter in una gara in Spagna, a Montseny, si trovarono con lo sterzo rotto.


Tuttavia, ancora oggi le cause rimangono sconosciute.


Attraverso le pagine del suo libro, il commendatore Ferrari dirà di Scarfiotti:


"Salito sulla Formula 1 non voleva scenderne, anche se il suo stile non si conciliava con il necessario affinamento. Qualcuno parlò di divorzio quando Ludovico chiese, per il Gran Premio d’Italia dell’anno dopo, di cercarsi un’altra vettura. Ebbi una lettera di Gianni Agnelli, che si era interessato all’attività sportiva di Ludovico, suo cugino. Mi diceva: Sta bene. anche Ludovico è d’accordo di smettere con la Formula 1. La sua ansia di sentirsi completo al volante di una macchina da corsa ebbe invece il sopravvento. Lasciò la Ferrari e cercò altrove, in Inghilterra, in Germania, ma non era soddisfatto. Lo seppi: avevamo già gettato le basi di un ritorno, di una nuova stagione con le rosse vetture Sport che non dimenticava. Lo sapevano in pochi. Ma l’agguato di Rossfeld, lo spuntone di roccia che gli fu fatale nella caduta fuori dalla bianca Porsche impazzita, doveva impedire la soluzione dell’equivoco. Il pilota generoso, corretto, soprattutto ubbidiente anche se ebbe la sua fiammata d’orgoglio, non poté ritrovare la spensieratezza di tante famose gare di durata, quella felicità che la sua vita sentimentale gli aveva avaramente dosato in un’altalena di affetti".


In quella maledetta curva di Rossfeld si spegne un uomo che aveva scritto pagine memorabili e ancora tante ne avrebbe potuto scrivere nel mondo delle corse. Un uomo che aveva dato tutto se stesso per la passione che provava sin da quando era giovane.


Simone Centonze