José Carlos Pace, un destino giocato a carte...

Aggiornato il: 25 feb 2019



"Il destino mescola le carte, noi giochiamo"

Arthur Schopenhauer 


Bella e dannata, feroce Formula Uno degli anni settanta. Irripetibile per il frastuono di cuori metallici che spesso sgretolano un’aerodinamica fragile; per gli enormi pneumatici posteriori, come rulli che morbidamente dipingono l’asfalto; per le livree appariscenti di tabacco, merendine e ricambi per le auto dei comuni mortali. E per i profili caratteriali di chi la abita, dandole anima, facce indimenticabili, caratteri a volte spigolosi, altre adorabili, sempre irripetibili. E destini troppe volte decretati da particolari, centimetri, dettagli piccoli come millesimi di secondo, con la maledizione di essere decisivi.


Ai piloti degli anni settanta non chiedere mai di raccontarti la loro storia per intero: sono stati i migliori amanti delle macchine che hanno guidato; nessuno di loro sembrava tagliato del tutto per esserne il marito. Almeno fino al giorno in cui arrivò un ragazzo di Vienna coi denti aguzzi, che cominciò a trattare la monoposto come una moglie. Ma non è il turno della sua storia, fin troppo conosciuta, questo.


Il fatto è che sotto certi caschi si nascondevano campioni che la pista aveva già designato; che il cielo si rifiutò di riconoscere. Perché c’è un tempo che sa essere più veloce di quello che il pilota insegue; c’è un giro che la sorte può sottrargli in ogni momento, lasciandolo nel limbo del penultimo passaggio sul traguardo. E a volte non c’è nemmeno il conforto della macchina selvaggia da tenere per i fianchi, come nella storia che vogliamo raccontare.


O, forse, rammentare; per risarcire chi avrebbe meritato la gloria con l’unica corona d’alloro che ci è possibile tributargli: quella del ricordo, il tratto del percorso in cui ogni pilota ancora sta inseguendo ciò che già sa di valere.


Ci perdoneranno Emerson Fittipaldi, Nelson Piquet e Ayrton Senna, se per una volta gli chiediamo di farsi da parte, seduti sul muretto, per applaudire il passaggio di chi gli fu fratello nel talento, oltre che nella terra che lo vide nascere.


E ogni volta che si toglieva il casco, esibiva la faccia stropicciata di chi ha fatto un po’ troppo tardi la sera precedente e si è sufficientemente divertito, José Carlos Pace, un bel ragazzo di San Paolo dai capelli ondulati, dall’espressione a volte enigmatica: forse un filo di malinconia, forse l’ansia di una vittoria che sentiva di aver già meritato. Perché una sola? Perché era come se lo sentisse, se lo avesse sempre saputo. Quello che non poteva sapere era che quella bandiera a scacchi l’avrebbe soffiata il vento che lui conosceva meglio di tutti.


Prima di parlarne, però, dobbiamo raccontare di una March poco competitiva, ma che appartiene al team di un signore la cui grandezza è ancora tutta di là da venire: Frank Williams, che il 4 marzo del 1972 lo fa debuttare in Formula Uno al Gran Premio del Sudafrica. La macchina è quella che è; il pilota ha però qualcosa di speciale, al punto che non soltanto spreme la 711 facendole ottenere un pugno di punti insperati, come accade col sesto posto del Gran Premio di Spagna, ma riesce anche a farle conseguire complessivamente prestazioni più decorose rispetto a quella del suo compagno di squadra: un nome non casuale, quello del celebre ed esperto Henri Pescarolo.


È destino che i suoi valorizzatori non abbiano mai un nome casuale: dopo Frank Williams, gli mette gli occhi addosso John Surtees, che per il mondiale del 1973 gli affida la vettura che porta il suo nome. La prima parte di stagione al volante della Surtees TS14A farebbe pensare a un bluff ben dissimulato dai positivi esordi: ritiri, rotture, prestazioni anonime. Poi, il cuore dell’estate e le grandi classiche dell’Europa centrale, che stravolgono in positivo il rendimento della Surtees ed esaltano le doti di Pace: 5 agosto 1973, i tornanti del Nürburgring fanno da cornice al suo quarto posto e al suo giro più veloce; due settimane dopo, il Gran Premio d’Austria lo vede salire sul gradino più basso del podio, il suo primo podio in Formula Uno, anche in questo caso col corredo del giro più veloce in gara. Non è più soltanto un ragazzo di San Paolo che corre in Formula Uno: adesso è un pilota brasiliano, che ha ricavato spazio al suo nome nelle cronache nazionali e nelle passioni dei connazionali; che brilla di una luce tutta sua, senza che venga oscurata o che benefici del riflesso del grande, per ora inarrivabile Emerson Fittipaldi, già Campione del mondo nel 1972. Per ora, sì: perché Carlos Pace ha il futuro dalla sua e perché i secondi che soffia via dagli scarichi quando la monoposto lo assiste giustificano le sue ambizioni, ancora sussurrate a mezza bocca attraverso la piega di un sorriso contenuto, che fa sempre pensare a una curva veloce ancora da percorrere.


Il 1974 è l’anno del grande salto, avvenuto in corsa e a mondiale iniziato: iniziato il campionato con la Surtees, Carlos Pace a metà stagione viene messo sotto contratto da Jack Brabham e si ritrova al volante della BT44, motorizzata Ford, alla quale deve prendere le misure nelle prime gare: si ritrova tra le prime posizioni in più di un gran premio, però la sua irruenza gli impedisce di raggranellare tutti i punti che meriterebbero le sue prestazioni, tra uscite di pista, contatti ed errori di misura. Fino al 6 ottobre, quando si corre il Gran Premio degli USA a Watkins Glen: perfette le due monoposto di Working, per l’occasione. Gran bel podio quello che si disegna al termine al termine dei cinquantanove giri: vince Carlos Reutmann sulla prima Brabham, dietro di lui Pace con l’altra. Sul gradino più basso, sale il giovane pilota della Hesketh, tanto irrequieto quanto promettente: tale James Hunt, londinese.


È ancora meno, molto meno di ciò che il talento e l’esperienza nel frattempo acquisita da Pace meritano. Ormai è un pilota competitivo, senza più alcun timore reverenziale nei confronti dei veterani. Di conseguenza sarebbe anche pronto per assaporare la prima vittoria, vera linea d’ombra nell’esistenza di ogni pilota.


Interlagos, 26 gennaio 1975: va in scena la seconda prova del Campionato del mondo. Si corre in Brasile dopo la gara iniziale che è stata disputata in Argentina e che è stata dominata dalla McLaren di Fittipaldi, campione in carica.


È l’anno delle enormi prese d’aria “a periscopio” che sovrastano la testa dei piloti. 

Per l’ultima volta, dopo una vita spesa sui circuiti di tutto il mondo e fiumi di champagne venuti giù per i suoi successi, prende il via in un gran premio di Formula Uno Graham Hill, il Clark Gable delle corse automobilistiche. Qualche mese dopo gli sarà fatale un incidente aereo. È sempre uno scherzo mal riuscito quello che il destino gioca al pilota quando gli somministra una disgrazia lontana dalla pista, laddove almeno sa di potersela aspettare.


Carlos Pace parte dalla terza fila, in sesta posizione; in prova hanno fatto meglio di lui il poleman Jarier sulla Shadow, imprendibile per l’occasione; Fittipaldi; Reutmann con l’altra Brabham; Lauda e Regazzoni con le due Ferrari.


Parte male proprio Fittipaldi, che si ritrova settimo; non spreca però gli applausi il pubblico di casa, che si spella le mani per le posizioni che subito recupera Pace, terzo dietro a Reutmann e Jarier. La Shadow di quest’ultimo è più performante della Brabham, di Reutmann, che dopo quattro tornate viene superato dal francese. Il ritmo di Reutmann consente a Pace di tallonarlo, al gruppone di ricompattarsi. Nel mentre, è iniziata la rimonta, inesorabile, di Emerson Fittipaldi. Tanto Brasile, sia glorioso che emergente, sull’asfalto di Interlagos. Carlos Pace dopo tredici passaggi sul traguardo trova il giro giusto per superare Reutmann: ora è secondo, nel tripudio. Ancora imprendibile la Shadow di Jean Pierre Jarier.


Da quel momento in poi, comincia una bagarre per il terzo posto, animata soprattutto da Fittipaldi e Regazzoni, in un gorgo di campioni affermati o potenziali, pregiudicati dall’assetto o dalla meccanica: Lauda, Scheckter, Mass, Depailler, Hunt, Reutmann...in una scia di nomi che annovera anche quelli di Ickx, Stommelen e Merzario.


Si arriva, a sette tornate dal termine, con la testa della corsa che sembra non dover più cambiare: imprendibile Jarier, autore anche della tornata più veloce; regolare Pace in seconda posizione; incalzante Fittipaldi che nel frattempo s’è sbarazzato di Regazzoni. Già grato per una lotta protratta e ricca di colpi di scena tra titani del volante, il pubblico brasiliano può festeggiare i suoi due alfieri sulle piazze d’onore. Mancherebbe la ciliegina, sulla metaforica torta: ci piace immaginare che sia andata a incastrarsi là dove il carburante della Shadow nutre il suo Cosworth, fino a quel momento perfetto. La vittoria fino a quel momento meritata da Jarier, svanisce per un guasto all’alimentazione, planano sul prato le sue ambizioni in fase di decollo.


Primo, Carlos Pace. Negli specchietti, la McLaren del suo più celebre connazionale; davanti a sé, sei giri da domare, da rassicurare in un certo senso; da ingoiare come un boccale ghiacciato della birra nazionale che porta cucita in vari punti della tuta. Quanto devono sembrargli sottili quei secondi di vantaggio su Fittipaldi; quanto il Campione del mondo vorrebbe, al tempo stesso, ingoiarli senza nemmeno farli masticare alla McLaren.


Il vento di casa, dicevamo: soffia sulla bandiera a scacchi, la tende al punto che sembra voler accarezzare il musetto della Brabham, quando la linea bianca dice alle gomme di Carlos che è diventato grande.


Vertigini, sul gradino più alto del podio di Interlagos, per un ragazzo di San Paolo? Forse sì, se la tua corona d’alloro, almeno per un giorno, copre il viso del Campione del mondo che tutti attendevano, che ora riscuote applausi di rispetto e consolazione. 

Almeno per un giorno.


Perché c’è sempre un giorno, annidato dietro le svolte della vita di ognuno di noi. E proprio per questo noi Carlos Pace lo lasciamo sul gradino più alto del suo unico podio da vincitore, campione di un futuro che sembrava straordinariamente vicino, davanti al campione del presente; tra il verde della speranza e l’oro di una vittoria appena conosciuta.


Come se un giorno del 1977 non si fosse fatto convincere dall’amico Marivaldo Fernandes a salire su quel piccolo Cessna per un breve volo turistico; come se il destino non sapesse prendere le sembianze di un fulmineo temporale estivo.


Come se i polpastrelli delle sue mani, invece che rappresentare l’unico elemento utile, attraverso le impronte digitali, a riconoscere lui in quel corpo straziato, avessero continuato a stringere un volante per tanto tempo ancora.


Quel tempo oggi lo ferma il suo nome, ogni volta che il motore di un’auto da corsa si accende a Interlagos, sulla pista che oggi si chiama come il ragazzo che scelse il sole di casa per riscaldare il suo giorno di gloria.


Paolo Marcacci

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