La prima volta non si scorda mai...la prima vittoria di Elio non si scorda mai!



Suonava il pianoforte, il pilota di Roma. Con l’aria nobile e distaccata di chi cela la propria grinta sotto il velo di un’eleganza naturale, che avrebbe offerto al mondo anche se non avesse avuto la fortuna di nascere ricco. Questo va ricordato, in un mondo di ricchi per lo più volgari come è sempre stato quello delle corse. E in un mondo, ci sentiamo di aggiungere, dove i ricchi sono sempre più volgari, grossolani, ineleganti come quello di oggi. Sarà per questo che nessuno ha mai dimenticato Elio, il sorriso educato in cui qualcuno voleva per forza intravedere un filo di malinconia, quando invece era soltanto un signore, uno di quelli che sarebbero stati tali anche se avessero visto la luce in un condominio di periferia.


Per noi Elio De Angelis è un primo piano con la chioma liscia e sempre in ordine, mai un velo di barba; sotto il quale si intravede il collo della tuta nera ricamate dalle scritte d’oro. Per noi Elio De Angelis è la Lotus col vestito da sera, la monoposto più bella di tutte, il modellino che terminava per primo, nei negozi di giocattoli; anche prima della Ferrari: ci sentivamo un poco in colpa per questo.


Un’altra cosa che ci colpiva, a ogni gran premio, era quel suo casco, così differente da quello di tutti gli altri: a metà fra un centauro di motocross e un personaggio di "Guerre stellari", con la presa d’aria sotto la visiera. Gli conferiva un’aria aggressiva, quasi minacciosa, che inevitabilmente contrastava con il viso gentile, con l’espressione tranquilla che aveva quando sfilava la maschera ignifuga.


E non c’è scampagnata che tenga, il giorno di Ferragosto del 1982, quando si corre il Gran Premio d’Austria sul tracciato dell’Österreichring, dove in prova le Brabham sono sembrate imprendibili, a cominciare da quella di Nelson Piquet e soltanto le Renault Turbo sono parse in grado di tallonarle.


Ma sotto il sole di Ferragosto si seccano i pronostici come foglie bruciate, o come guasti elettrici se preferite, turbine che fumano, favoriti che accostano, scostandosi. È così che al quarantanovesimo giro la Lotus nera e oro risplende di una prima posizione rocambolesca, ma soprattutto della prima volta al comando di una gara di Elio De Angelis, che si ritrova in mano la fiche più importante della sua carriera, fino a quel momento. Si ritrova in mano, poco dopo, anche un cambio che comincia a dare problemi, proprio nel momento in cui le marce dovrebbero preservare ogni decimo di secondo dagli assalti di una macchia bianca sempre più ingombrante, negli specchietti: è la Williams del baffuto Keke Rosberg, che è a caccia della Lotus, che sa di avere uno spunto superiore e che sta forzando i tempi per andarsi a prendere una vittoria che, fino ai due terzi di gara, nessuno dei due duellanti poteva ragionevolmente reputare possibile, prima che si facessero da parte Piquet, Patrese, Arnoux, Watson, Warwick e compagnia rombante.


Si capisce che la Williams ha un altro passo e che uno come Rosberg stia chiedendo alla macchina tutto quello che la monoposto può dargli, soprattutto in quegli ultimi due giri. Si capisce ancora di più che tutto ciò che Elio ha nel cuore lo sta traferendo al suo Ford - Cosworth, sperando che gli basti quel tempo ancora celato nello scrigno di un vantaggio di cui Rosberg sembra aver ormai forzato il lucchetto. A ogni singhiozzo del cambio della Lotus, sembra andarsene un granello dalla clessidra della speranza di Elio; ma a ogni tornata che la Lotus riesce a chiudere davanti, sembra di sentire una bestemmia di Rosberg per il tempo della possibilità che gli sta fuggendo attraverso gli scarichi.



La voce di Mario Poltronieri, ritmata e metallica, come una nota azzeccata in mezzo allo stantuffo dei pistoni, ormai dice solo Elio, come se gli italiani che seguono il Gran Premio non avessero più fiato per pronunciare anche i cognome del figlio prediletto di un’intera nazione, che quel fiato lo tiene sospeso.


Un rettilineo, linee di traiettorie che sembrano minacciarsi, cinque centesimi cinque, che l’occhio non coglie, che il traguardo non sa su quale bocca baciare. Solo una scintilla in più, sulla livrea nera della Lotus. Il pugno alzato di un italiano, sotto il sole di Ferragosto, cocente pure in Austria.



Suonava il pianoforte, il pilota di Roma.


Paolo Marcacci

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