La prima volta di sua maestà Jackie Stewart!

Aggiornato il: 18 giu 2019



Basette da rockstar e grandi ruote scoperte; un rombare che a ogni carezza del piede destro sembra provocare una crepa sull’asfalto liscio. È la Formula Uno di metà anni sessanta: tutta motore e manico, con un’aerodinamica meno che elementare, con il talento che dà senso alla macchina, che è briglia ai cavalli, direttore dell’orchestra dei pistoni.


Squali ancora senza pinne, le macchine sono siluri che fendono l’aria solo in ragione della propria essenzialità, di qualche rotondità che asseconda le linee e nulla più. Morbidezza del disegno laddove tutto il resto è duro, arcigno, faticoso ed esposto a ogni condizionamento, dalle nude sospensioni al pomello del cambio, che incide il palmo come uno stigma.


Il 12 settembre del 1965 la griglia di partenza sembra un condensato di presente e, fino a quel giorno, ipotetico futuro: in pole il famelico, inarrivabile Jim Clark, su Lotus Climax; accanto a lui la Ferrari 512 di John Surtees; alle loro spalle l’emergente Jackie Stewart con la BRM (British Racing Motors) P261; quindi Graham Hill con l’altra BRM, l’altra Ferrari di Bandini e via via tutti gli altri...


Non soltanto emergente, Jackie Stewart; non solo talentuoso, come possono essercene tanti  tra i piloti della massima formula a metà anni sessanta. Stewart è già, sin da subito, un pilota completo e, come il tempo confermerà, saggio, nella proporzione quasi esatta che riesce sempre a individuare tra prestazione e soglia di rischio.


Evidentemente, senza per forza dover cadere nei luoghi comuni, essere scozzesi aiuta quanto a ottimizzazione delle risorse e Stewart è orgogliosamente scozzese, visto che il suo paese lo porta e lo porterà sempre sul casco, sotto forma di decorazione circolare con i colori del tartan del suo clan, su fondo bianco immacolato.


Fulgido, Jim Clark sulla  Lotus verde bordata di giallo; al punto da esibirsi, dopo la pole position del giorno precedente, anche nel giro più veloce in gara. Eppure la BRM numero trentadue non scompare mai dal retrovisore, è regolare nei tempi e incalzante nelle traiettorie, così come quella di Hill è costante nell’inseguimento delle prime due. Il giovane Stewart guida in modo tale da attendere un varco per attaccare Clark, ammesso che il varco si crei, che l’occasione si presenti.


Di certo sta già esibendo, quanto a gestione del mezzo, la saggezza di un veterano, fino all’ultimo quarto di gara, quando al 64° giro Stewart vede la Lotus di Clark improvvisamente avvolta da una nube densa e scura, come se le si aprisse un paracadute dietro gli scarichi.


Il grande favorito, che stava dominando il Gran Premio d’Italia, deve accostare.


Giro sessantaquattro dei settantasei complessivi: di fronte alle due BRM P261 si schiude una prateria d’asfalto; di fronte a quella di Stewart il sentiero di una prima, prestigiosa vittoria in Formula Uno.


Ha ventisei anni, quattro anni più tardi arriverà il primo dei suoi tre titoli mondiali. Intanto ha vinto, tallonando uno come Clark dall’inizio a quasi la fine, cominciando da Monza, ossia dalla pista sull’asfalto della quale generazioni di piloti si sono sentiti speciali anche soltanto per averci disputato qualche giro, trionfando davanti al compagno di squadra Graham Hill.


Paolo Marcacci

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