Jackie Stewart, il sopravvissuto campione della storica Formula 1



Tutto quello che da lui ci piacerebbe ascoltare, ce lo faremmo raccontare accanto al suo camino, con il fuoco acceso. Fuori, un cielo scozzese con tutte le sue tonalità di grigio. Scozzese, non inglese, per carità. E di scozzese avremmo anche, sulle ginocchia, un caldo panno di lana decorato secondo il tartan del suo clan, con il motivo intonato all’anello che gli ha sempre decorato il casco.


Chissà quanti aneddoti avrebbe da raccontarci? Del resto succede sempre così, con i sopravvissuti. Sopravvissuti a cosa? Alla Formula Uno degli anni sessanta e settanta, quella che ti costringeva, a intervalli brevi e regolari, a fare la conta degli amici e dei compagni che da un certo momento in poi non avresti più rivisto. Una volta si mise a contarli sul serio, non soltanto per via di metafora, Jackie Stewart assieme a sua moglie Helen e dopo il cinquantesimo nome decise di fermarsi.



Forse anche in quell’occasione si trovava davanti al focolare della sua villa e nelle fiamme della legna crepitante aveva cominciato a rivedere i tanti roghi che gli avevano incendiato il vetro degli specchietti, in un qualche passaggio, da qualche parte del mondo: per quasi ogni nuvola di fumo nero e denso il nome di un collega, spesso anche amico, che avrebbe lasciato vuoto il proprio posto su una griglia di partenza.


Fino all’ultimo nome, quello più doloroso da ricordare, quello oltre il quale Jackie Stewart non ha voluto né, probabilmente, saputo andare: François Cèvert, l’erede già designato, divenuto nel frattempo amico e quasi fratello minore, di squadra e di rischi, quei rischi che Jackie gli insegnava a gestire, a razionalizzare, a prendere nel verso più giusto possibile, visto che quello giusto in assoluto non esiste. Fino all’ultima chicane: quella maledetta di Watkins Glen.



Il suo centesimo gran premio Stewart lo lascerà lì, tagliato in due da un guardrail come l’amico del cuore. Si fermerà a novantanove gare: una lunghissima vita sportiva, visto il numero degli impegni in quello che era il calendario dell’epoca. Di quelle novantanove corse ne aveva vinte ventisette e anche questo numero è un multiplo di tre, cifra sacra per la simbologia religiosa e numero dei suoi titoli mondiali, con religiosa dedizione conquistati gestendo la macchina e gli stramaledetti rischi che continuavano a privarlo di quei sorrisi e quelle pacche sulle spalle che per lui scandivano la passeggiata lungo i box degli avversari.


Tre campionati del mondo, con l’intervallo di altre due stagioni: 1969, 1971, 1973, andandosi a riprendere il titolo, dopo la prima volta, sempre strappandolo a un grande avversario, a un campione di quelli con cui alla fine è un piacere brindare indipendentemente da chi sia stato a prevalere, dopo l’ultima tornata; sia che si tratti di una singola gara, sia che ci si trovi a giocarsi l’intero campionato.



Però alla fine del Campionato mondiale del 1970 le congratulazioni e i complimenti li poté solo sussurrare al vento, sperando che da qualche parte il suo amico Jochen Rindt potesse ascoltarli, visto che il grande tedesco non era riuscito a sopravvivere alla sua irraggiungibile classifica, unico Campione mondiale postumo nella storia della Formula Uno.


Toccò proprio a Jackie andare ad avvisare Nina, bella come sapevano essere soltanto le modelle degli anni settanta, con gli occhi pieni di lacrime e l’onnipresente coppola per una volta tenuta soltanto tra le mani, accartocciata per il dolore dell’ennesima casella che sarebbe rimasta vuota sulla griglia delle grandi amicizie nel novero degli uomini speciali.


Ma la vista di Jackie non l’hanno offuscata soltanto le lacrime per gli amici persi lungo il circuito del destino. La prima volta gli accadde quando la maestra lo chiamò alla cattedra, per leggere la pagina di un libro. Aveva nove anni e a nove anni pensi di essere stupido, se non riesci a distinguere le lettere di una parola, se in tutte quelle righe non distingui nemmeno un carattere che riesca a far luce nel tunnel dell’incomprensione. 

Era ed è dislessico, Jackie Stewart; però per saperlo, per conoscere con esattezza la diagnosi ha dovuto aspettare il 1980: ben oltre il termine della sua carriera in Formula Uno, quando le foglie delle tre corone d’alloro dei suoi titoli mondiali erano già secche e ingiallite. Ancora oggi non gli riesce di snocciolare con semplicità tutto l’alfabeto, però date a un dislessico qualcosa sulla quale impegnarsi per colmare le lacune e lui riuscirà a farla meglio degli altri. Spesso meglio di tutti gli altri. Altrimenti non sarebbero stati così efficaci i discorsi di Wiston Churchill, dislessico anche lui.



Scusa Jackie, se ti abbiamo accostato a un inglese. Staremo più attenti, come sei stato tu nello sviluppare una straordinaria memoria fotografica, sapendo di non poter contare su quella semplicemente grafica. Dev’essere per questo, anche per questo, che hai sempre frenato nel centimetro giusto, con la marcia giusta innestata ascoltando i giri giusti di quel motore che avevi contribuito a sviluppare, seguendo la grammatica dell’ascolto e delle vibrazioni. Si spiega così, anche così, il fatto che hai vinto gran premi con due giri di vantaggio, o passando sul traguardo quattro minuti prima di ogni altro avversario. E se le parole non riuscivi e non riesci a distinguerle del tutto, hai però saputo utilizzarle per giocarci , o per descrivere ciò che a scrivere non riuscivi.


Del resto sei tu che hai chiamato “Inferno verde” l’anello maledetto del vecchio Nurburgring; a nessun altro sarebbe venuto in mente, tra quei dossi e in mezzo a quei troppi alberi.



Guardando ancora dentro il focolare, l’uomo con la coppola a quadri in testa non potrà che fissare lo sguardo sui pezzi di legno nel braciere e ripensare al “boscaiolo” più importante della sua vita: Ken Tyrrell, che se non si fosse arricchito col commercio del legname non avrebbe potuto dar corso e corpo ai suoi sogni automobilistici, divenuti poi legittime aspirazioni.


Ma il dio delle corse in quell’occasione si era spinto persino più in là, ancora prima di farli incontrare: aveva suggerito ben presto al boscaiolo che il suo talento di pilota non sarebbe mai stato sufficiente per passare alla storia; meglio concentrarsi ad assemblarle, le macchine, per poi arrivare a produrle in proprio. Il pilota giusto glielo avrebbe servito lui, su un piatto d’argento: avrebbe avuto capelli lunghi e basette voluminose, quasi da rockstar, grandi occhiali scuri tolti soltanto un minuto prima di calarsi nell’abitacolo e quella coppola che se avesse potuto avrebbe tenuto anche sotto il casco, lui che fu il primo a voler indossare quello integrale, per proteggersi meglio.



Vedo che il focolare è quasi spento, Jackie e tu domattina dovrai alzarti presto, come sempre, per seguire i tuoi tanti affari, le tue collaborazioni, i tuoi interessi che hanno sempre generato guadagni.


Resta il tempo di assaporare l’ultima stilla di whisky rimasta nel bicchiere. Ha un profumo inconfondibile: è scozzese, non inglese.


Paolo Marcacci

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