Jack O'Malley! Il nostro Giacomelli!

Aggiornato il: 14 ago 2019



Con quella faccia un po’ così... quell'espressione un po’ così...


Paolo Conte la scrisse per quelli che andavano a Genova; figurarsi se non va bene per uno nato a Poncarale, provincia di Brescia. E quella faccia all'epoca sembrava più adatta a una comparsa di un film di Renato Pozzetto, uno di quelli sconclusionati e naïf della fase giovanile dell’attore, guarda caso appassionato anche lui di automobili.


E a Bruno Giacomelli questa similitudine piacerà, quando avrà modo di leggerla, perché ebbe un modo apparentemente scanzonato - in realtà supportato da una straordinaria tenacia - di inseguire il suo sogno automobilistico; di accumulare esperienze molteplici; anche di restare deluso di fronte a prestigiose promesse poi presto disattese. Una su tutte, quella di Enzo Ferrari.


Chi disse no a chi? Beh, diciamo che il Vecchio gli aveva promesso un volante per il 1977, per sostituire Clay Regazzoni; lui era già d’accordo con Max Mosley per diventare un pilota della March; poi sembra che l’imperscrutabile capitano d’azienda dalle lenti scure abbia ritrattato in parte, offrendogli di guidare in Formula 2 con un motore Dino. A quel punto, a dire no a Enzo Ferrari è Bruno Giacomelli da Poncarale, Brescia.


Pilota, disegnatore meccanico, uomo autentico, volontà di granito dietro il sorriso bonario.


Forse non tutti sanno che il nostro - nostro, sì, perché certi personaggi sono così indimenticabili che a un certo punto ti accorgi che ti appartengono - ottenne il permesso dalla March di disegnare la pedaliera, gli specchietti, là strumentazione del cruscotto e alcune parti della scocca, per esercitare una delle sue competenze.


Il suo debutto in Formula Uno risale al Gran Premio d’Italia del 1977.


Ma ancora più bizzarra è la storia del nome scritto sulla McLaren sulla fiancata della M26 è scritto "Jack O’Malley", comparso successivamente per una questione di eufonia, visto dal punto di vista anglosassone. Ma ci stava anche bene, perché l’Inghilterra per Giacomelli o Jack O’Malley che dir si voglia fu l’eldorado delle sue aspirazioni di pilota di talento, ma senza alle spalle un capitale cospicuo per assecondare le sue velleità. Ancora oggi ricorda con orgoglio, al di là di quello che è riuscito a realizzare come pilota (meritando però molto di più di quanto abbia ottenuto in realtà), che lui è stato uno dei primi ragazzi italiani che nell’era di un benessere già diffuso ha avuto il coraggio di emigrare per cercare fortuna. E un volante, un motore, delle sospensioni, grandi ruote scoperte. In Formula Tre come in Formula Due.


Ma, facendo un passo indietro a un paesino di cinquemila abitanti, com'è che cominciò tutto? Beh, è una roba un po’ casuale; un altro po’ però ha a che fare con la predestinazione: la madre di Bruno si arrampicava su un albero ogni volta che dalle loro parti passavano i bolidi della Mille Miglia. E mettiamoci anche che a diciassette anni un ginocchio rotto per una caduta dalla moto da cross gli fece aspettare la patente. Solo quella, perché guidare sapeva già: non si contano le notti in cui aveva preso di nascosto la macchina di suo padre.


Poi di nuovo un salto in avanti, al cospetto di due leggende, una all'epoca vivente, l’altra frutto dell’assemblaggio di storia, fascino e cilindri: l’indimenticabile Ingegner Carlo Chiti, il Biscione dell’Alfa Romeo.


Giacomelli in Formula Uno vuol dire soprattutto Alfa Romeo, anni ottanta, la fatica di mantenere il decoro della competitività; il talento penalizzato dalla meccanica; la prestazione che spesso riscattava le possibilità del mezzo. E quel po' di fortuna in più che ogni tanto ci sarebbe voluta, perché le carte in regola Bruno dalla faccia tonda le avrebbe avute tutte, per godersi qualche bandiera a scacchi, a cominciare da quella che un cedimento meccanico gli aveva negato a Watkins Glen, nel 1980, dopo il giro stratosferico col quale in prova si era meritato la pole position.


Ma anche così è stato un grande viaggio, Bruno Jack O’Malley; ancora oggi quando ti vediamo in tv, a qualche raduno o per qualche intervista, sempre ci mette di buon umore il tuo sorriso bonario, che si piega al in giù in una smorfia quando al palato sale l’amarezza per i compagni caduti, primo fra tutti Patrick Depailler, che quel giorno di agosto a Hockeneim, durante un test, ti chiese di provare per un paio di giri quell’Alfa che sentiva strana.


Se ci siamo innamorati di uno sport, è anche per merito di uomini come te, campioni a prescindere dagli allori che hanno colto; se abbiamo avuto un’infanzia felice, lo dobbiamo anche ai grandi poster che avevamo in camera, o alle foto che ritagliavamo da Autosprint. La tua, dentro l’Alfa Romeo bianca e rossa, era sempre una delle più belle.


Paolo Marcacci

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