Ignazio Giunti e il sogno infranto di vincere con la Ferrari



"Tutti noi dobbiamo perire, ma tutti rifiutiamo di pensarci. I piloti come chiunque, non siamo una categoria speciale. Sì, la paura dell'incidente c'è ed è quella che sviluppa la prudenza. Ed essa previene tante tragedie. Ad esempio, io ho sempre impiegato un certo tempo per prendere confidenza con una macchina. Ho sempre preferito non correre rischi inutili. Ecco, a dir la verità, forse sono fin troppo cauto".


Questo diceva Ignazio Giunti, nato il 30 Agosto 1941 a Roma, conversando con gli amici; ne discuteva serenamente, nelle quiete ore di tranquillità lontano dalla pista o nel brevi intervalli di riposo tra una prova e l'altra, quando il pilota scende di macchina e tocca ai meccanici lavorare.


Nato da una famiglia benestante in cui il padre, Pietro, è calabrese, e la mamma, Gabriella Sanmartino, è piemontese di Strambino, quando Ignazio decide di provare a diventare un pilota deve scontrarsi con la contrarietà dei suoi genitori.


"Da ragazzo mi piaceva poco lo studio e molto le moto. Ho cominciato così, correndo in moto per strade di campagna".


Questo però non gli impedisce di inseguire il suo sogno, e di nascosto partecipa ad alcune cronoscalate con un'Alfa Romeo nel 1962, dopo aver conseguito la patente di guida nel 1959.


La famiglia, che ha terreni in Calabria, fra Paola e Maratea, promuove con esito felice un'attività alberghiera e turistica, ma Ignazio preferisce vivere a Roma, dove ormai lo chiamano il re di Vallelunga, Il circuito alle porte della capitale, e in Calabria si reca soltanto in vacanza.


L’anno seguente decide di cimentarsi nelle gare con auto sportive, e partecipa al Targa Florio dove, in coppia con Datti, non arriva al traguardo. Tre mesi più tardi partecipa al Hill Climb Consuma, concludendo in sessantunesima posizione.


Nel 1964 fa il suo debutto anche su pista a Vallelunga, e si mette subito in mostra vincendo diverse gare, chiudendo anche al secondo posto il campionato italiano turismo. Ad undici mesi di distanza torna alla Hill Climb Consuma, migliorando il piazzamento arrivando quarantunesimo, per poi chiudere al ventunesimo posto alla Hill Climb Mont Ventoux.


L’anno successivo sarà quello della sua definitiva consacrazione.


Giunti apre la stagione al volante dell’Alfa Romeo con un ritiro al Gran Premio del Mugello, ma ad inizio Agosto alla Kannonloppet conquista il primo podio tagliando il traguardo in seconda posizione.


Nel frattempo Giunti continua a disputare le corse sulla pista di casa, e nonostante si scontri con rivali di grande valore come Andrea De Adamich e Nanni Galli, nessuno riesce a contrastarlo, tanto da venir soprannominato il Reuccio di Vallelunga.


Nomea che gli consente nel 1966 di ricevere l’offerta dell’Auto Delta, che accetta.


Prima di concentrarsi sulle corse con la Casa del Biscione, fa il suo debutto alla 24 Ore di Le Mans con l’Ava, ma un problema alla trasmissione costringe Giunti e Dini al ritiro.


Una settimana più tardi si riscatta salendo per la prima volta sul podio con l’Alfa, arrivando secondo alla Hill Climb Mont Ventoux. Passano ventidue giorni, e Ignazio si ripete al Gran Premio del Mugello, tagliando il traguardo in terza posizione.


L’annata si conclude alla grande con la vittoria alla 4 Ore di Budapest.


Giunti comincia la stagione 1967 così come aveva chiuso la precedente, salendo sul gradino più basso del podio alla tre ore di Belgrado. Buon piazzamento anche alla mille chilometri del Nurburgring, chiusa in quinta posizione, mentre al Mugello non centra il bis a causa di un ritiro.


Aldilà di ciò, il bravo pilota italiano riesce a vincere il Campionato Europeo della Montagna, e dopo una prestazione incolore alla Hill Climb Ollon-Villars, conquista il secondo posto al trofeo Ettore Bettoja disputato a Vallelunga.


L’anno successivo Giunti esordisce negli Stati Uniti.


L’avventura negli States parte con il piede sbagliato: infatti, insieme a Galli non riesce a prendere parte alla 24 Ore di Daytona a causa di un incidente nelle prove libere.


I due italiani smaltiscono la delusione arrivando secondi alla Targa Florio, e sempre in coppia con il pilota toscano è protagonista anche della 1000 chilometri del Nurburgring, chiusa al quinto posto.


Giunti raccoglie lo stesso risultato nel Gran Premio di Brno, questa volta alternandosi al volante dell’Alfa Romeo T33/2 con Zoccoli, e chiude la stagione tornando a fare coppia con Galli partecipando alla 24 Ore di Le Mans del 1968, conclusa al quarto posto.


Anche nel 1969 Giunti inizia la stagione negli USA, ma ancora una alla 12 Ore di Sebring lui e Galli sono costretti al ritiro. La serie negativa prosegue alla Targa Florio, poiché ancora una volta non riesce a tagliare il traguardo.


Tuttavia, dopo il settimo posto ottenuto alla 7 Ore di Budapest, Giunti vince la prima gara dell’anno alla Ronde Cevènole, ed in Germania colleziona due sesti posti alla 6 Ore del Nurburgring ed alla Solituderennen Hockenheim.


Successivamente arriva secondo alla 500 chilometri di Imola, e chiude la stagione piazzandosi quarto alla 3 Ore di Jarama.


Queste prestazioni con l’Alfa gli permettono di realizzare il sogno di qualsiasi pilota, correre nel 1970 con la Ferrari e disputare sia le corse su auto sportive che di Formula 1.


Il debutto con la Ferrari avviene alla 24 Ore di Daytona, ma come nelle precedenti occasioni la fortuna non è dalla sua parte, e nel corso della gara è costretto al ritiro.


Cinquanta giorni più tardi Giunti si riscatta conquistando la vittoria alla 12 Ore di Sebring insieme a Vaccarella ed Andretti. Ignazio si ripete anche nelle prime gare italiane del 1970, arrivando secondo alla 1000 chilometri di Monza, e terzo alla Targa Florio.


Il feeling con la Ferrari 512 S viene confermato alla 1000 chilometri di Spa, chiusa in quarta posizione, mentre alla 1000 chilometri di Nurburgring torna sul podio tagliando il traguardo al terzo posto.


Questi risultati contribuiscono ad avvalorare il morale, già di per sé alto, in vista del debutto nel circus della Formula 1, in occasione del Gran Premio del Belgio. A Spa, Giunti dimostra che anche in Formula 1 può essere protagonista, segnando l’ottavo tempo in qualifica, ma soprattutto giungendo quarto al traguardo.


Il grande momento di forma viene interrotto con il ritiro alla 24 Ore di Le Mans, ed anche nel Gran Premio di Francia non riuscirà a confermarsi sui livelli di Spa, terminandolo al quattordicesimo posto, a tre giri di ritardo da Rindt.


Il romano cancella la delusione concludendo in terza posizione la 6 Ore di Watkins Glen, ed ottenendo un incoraggiante settimo posto in occasione del Gran Premio d’Austria dopo aver segnato il quinto tempo in qualifica.


Giunti sembra potersi ripetere nel suo primo Gran Premio d’Italia a Monza, segnando nuovamente il quinto tempo, ma in gara al quinto giro un problema al sistema di alimentazione lo costringe al ritiro e a chiudere il mondiale al diciassettesimo posto della classifica piloti, con tre punti conquistati nel corso della stagione.


Anche sulle auto sportive la stagione sembrava destinata a finire in maniera negativa, non arrivando ancora una volta al traguardo finale della 1000 chilometri di Zeltweg, in coppia con Ickx. I due si riscattano vincendo la 9 Ore di Kyalami, che permette a Giunti di terminare il 1970 salendo per la seconda volta sul gradino più alto del podio.


Dati gli incoraggianti risultati, Giunti viene riconfermato dalla Ferrari anche nel 1971, ed in attesa dell’esordio nel mondiale di Formula 1, come l’anno precedente, prende parte alla 1000 chilometri di Buenos Aires.


"Vorrei vincere il Gran Premio d'Italia o la Targa Florio. Mi basterebbe".


Ferrari dice di lui, in sede di rinnovo:


"Sono contento. Ha dimostrato di possedere quelle doti di combattività e di coraggio che Amon, ad esempio, non aveva messo in luce".


Fin da questa prima corsa Ignazio è determinato a ripagare la fiducia di Ferrari, ma mentre è al comando una tragedia - che ancora oggi fa discutere il mondo dei motori - spegne per sempre le speranze del bravo pilota italiano.


"Il motore è quello della monoposto; quindi è un punto di forza e di sicurezza".


Giunti prende il comando della 1000 chilometri nelle fasi iniziali, poi viene superato dalle grosse Porsche cinque litri del messicano Rodriguez e dell'inglese Elford, ma verso il trentesimo giro (ne sono in programma 164) torna in testa, accumulando rapidamente una quarantina di secondi di vantaggio. Altri otto passaggi e la tragedia si compie.


Beltoise sente il motore dodici cilindri della sua Matra borbottare e poi fermarsi.


Sullo slancio prosegue per qualche centinaio di metri zigzagando, per sfruttare le minime pendenze del circuito, poi si arresta lungo la pista.


Il francese scende e si mette a spingere la macchina, e con tenacia si dirige verso il box, ma è sulla parte destra della strada; per raggiungere i meccanici avrebbe dovuto attraversare la carreggiata.


Quindi spinge la sua macchina per cercare di raggiungere i box attraversando in senso diagonale la carreggiata, senza che nessun commissario di percorso lo fermasse.


Ma proprio in questo istante sopraggiunge Giunti, che è in fase di doppiaggio ai danni di Parkes: l'inglese è sulla destra e l'italiano sulla sinistra, affiancati. Parkes guizza in testa dalla prima curva (la manovra è progressiva) e si porta più avanti di Giunti, che viene così coperto dalla vettura dell'inglese. Questi si avvede prima di Ignazio dell'ostacolo e si sposta sulla sinistra, pertanto Beltoise scappa verso il bordo della carreggiata e Giunti urta con la parte anteriore destra e la fiancata nella parte posteriore sinistra della Matra.


Un attimo, e si alza una fiammata.


La Matra piroetta verso i box, la Ferrari rotea su se stessa.


La tragedia è compiuta, sotto l'occhio dei commissari di percorso.


La Ferrari, carambolata lungo la pista fra le urla di sgomento del pubblico e degli uomini ai vari box, in pochi secondi viene avvolta dalle fiamme. La spider rossa si ferma in mezzo alla carreggiata. I pompieri irrorano il relitto con estintori a polvere, cercando di avvicinarsi all'abitacolo dove s'intravede il corpo privo di conoscenza di Giunti che rimane per quaranta secondi nel rogo.


Finalmente i soccorritori estraggono il pilota e lo adagiano su una barella, recandosi ad un posto di infermeria nei pressi delle tribune. Giunti riporta ferite al viso, probabilmente una frattura cranica e terribili ustioni; il corpo è ricoperto per il sessanta per cento da ustioni di terzo grado.


I sanitari di servizio decidono di ricoverare il corridore italiano al policlinico Fernandez.


Durante il trasporto in autoambulanza, malgrado una disperata serie di massaggi cardiaci, il cuore di Giunti si arresta.


I medici tengono nascosta la notizia del decesso per circa due ore, mentre all'ospedale si precipitano sconvolti i tecnici della Ferrari, amici e semplici sportivi. Arturo Merzario, che avrebbe dovuto dare il cambio a Giunti alla guida della Ferrari, si abbandona a una crisi di lacrime.


La corsa continua, e Beltoise, scampato all'incidente, si avvia verso il box della Matra fra le imprecazioni e le grida della folla, che aveva assistito alla tragedia nei minimi particolari e pareva non avere dubbi sulla responsabilità del francese.


Il pilota verrà fermato dai meccanici della Ferrari, che - impazziti dal dolore e dalla rabbia - si avventano su di lui. Il pilota è successivamente accompagnato da agenti di polizia in un Commissariato per stendere una dichiarazione ufficiale sull'incidente.


Nel trambusto pauroso seguito alla tragedia, un fotografo argentino, Carlos Solari, si sporge eccessivamente dal tetto del box Matra e rotola a terra da un'altezza di quattro metri finendo su un gradino di cemento armato; anche il fotografo dovrà essere avviato in ospedale con fratture al capo.


Il direttore sportivo della Ferrari, lo svizzero Peter Schetty, ancora a caldo avrà amare parole per il gesto del corridore francese


"Anzitutto vi è da chiedersi per quale ragione la Matra si sia trovata a corto di carburante in piena pista, e perché non abbia fatto rifornimento prima. La Matra non ha riserva di carburante. Pertanto spettava al pilota calcolare la rimanenza, e spettava anche al personale del suo box segnalargli in tempo la necessità di fermarsi per fare rifornimento. Vi è poi e soprattutto lo strano comportamento del pilota francese, una volta fermata la macchina. Egli si è fermato prima vicino al lato destro della pista, poi ha accennato ad un tentativo di attraversamento, poi è tornato sulla destra. Tutto ciò mentre le altre vetture sopraggiungevano a velocità elevata. Questo è durato circa cinque minuti, dato che, mentre Beltoise era in pista spingendo la Matra, alcune macchine, come quella di Mike Parkes hanno compiuto tre giri. La fatalità ha voluto che proprio mentre giungeva la Ferrari di Giunti la Matra si trovava quasi in mezzo alla pista. Davanti a giunti c'era Parkes. Quest'ultimo ha visto in tempo la Matra e l'ha evitata. Per Giunti era troppo tardi".


Successivamente, Schetty critica anche il comportamento degli organizzatori della corsa: infatti, quando una macchina è ferma in pista, è obbligo sventolare le bandiere gialle per avvertire gli altri concorrenti, ma nessuno del gruppo della Ferrari vede una bandiera gialla.


Poi però, prima di lasciare Buenos Aires, rilascia una versione differente:


"Numerose sono le voci e versioni circolate in queste ultime ore circa le responsabilità vere o presunte, e le conseguenti prese di posizione in relazione all'incidente che è costato la vita al nostro Giunti. Tengo espressamente a definire destituita di ogni fondamento qualsiasi versione che mi attribuisca l'assunzione di iniziative nel campo del perseguimento delle responsabilità. La Casa Ferrari si riserva di sottoporre ai competenti organismi italiani dell'automobilismo la documentazione relativa all'accaduto perché nelle opportune sedi internazionali si possa procedere ad un ponderato ed obiettivo esame, Desidero manifestare in questa occasione il mio apprezzamento per la commossa solidarietà e lo spirito amichevole con i quali le autorità argentine e gli esponenti locali hanno partecipato al lutto che ha colpito l'automobilismo italiano".


Questo dramma scuoterà e dividerà il mondo del Motorsport, con piloti e giornalisti che daranno versioni diverse sull’incidente. Fangio idolo di casa, difenderà il circuito pur dichiarando che l’Italia aveva perso l’erede di Ascari, Castellotti, Bonetto, Bandini e Scarfiotti.


Dal canto suo, Parkes si giustificherà dichiarando di aver rallentato la sua corsa a causa dell’esposizione delle bandiere gialle.


In Francia sia la stampa che i colleghi difenderanno Beltoise che, assediato dai giornalisti nella sua camera all'Hotel Coty di Buenos Aires, ripeterà la sua versione del tragico incidente. Il pilota francese appare pallidissimo, profondamente depresso e afflitto, mentre spiega che quando la sua vettura si è fermata per mancanza di benzina ha tentato di spingerla ai lati della pista dove si trovavano i box, ma che la pendenza della strada in quel punto del circuito gli ha impedito di portare a termine l'operazione:


"In quel punto l'elevazione della pista mi impediva di compiere le manovre necessarie. Poi tutto è stato fulmineo. Il mio intuito mi diceva che stava per capitare un tremendo incidente. Di mano in mano che portavo avanti l'auto mi sentivo più nervoso".


"Io ho visto la bandiera gialla che segnalava il pericolo. Ma naturalmente non l'ha scorta nessun altro. Altrimenti si sarebbe potuto evitare l'incidente".


"E' stato il destino. Vi è stata molta sfortuna in questo incidente. Io ho avvertito i commissari affinché segnalassero il pericolo con la bandiera gialla, ma è chiaro che nessuno l'ha visto; non sarebbe successo niente se la bandiera fosse stata vista".


Beltoise nega di essere stato assalito dopo la tragedia dai meccanici della scuderia Ferrari:


"E' falso. In nessun momento sono stato attaccato e ho potuto dare subito le mie spiegazioni che sono state accettate senza riserve. Provo un'immensa pena per il giovane Giunti".


E successivamente Beltoise ribadirà al giornale francese Equipe:


"Chiunque avrebbe fatto la stessa cosa al mio posto. Non sono pazzo ed ho fatto il massimo per evitare l'urto. Prima di tutto, ero io il più vulnerabile perché mi trovavo a piedi sulla pista. Avevo molta paura non appena arrivava una macchina, poiché la rottura improvvisa di un pezzo è sempre possibile, e stavo in guardia. Quando ho incominciato ad attraversare la pista ho guardato due volte e non avrei mai pensato che chiunque potesse urtare la Matra. Giunti e Parkes sono usciti dal gomito a destra fianco a fianco; Giunti all'esterno e Parkes all'estrema destra della pista. Credevo che Parkes sarebbe passato alla mia destra e Giunti alla mia sinistra. Ma Parkes è uscito meglio di Giunti e si è ripiegato sulla sinistra dinanzi a Giunti. Quando Parkes è passato mi sono detto: è andata bene e non ho da preoccuparmi per questo passaggio. Forse Ginunti guardava il contagiri ed e stato sorpreso dalla manovra di Parkes".


L'Equipe affermerà che la tesi di Beltoise è sostenuta anche da Pescarolo e da Jabouille i quali, quando hanno visto il punto in cui si era prodotta la panne di carburante, hanno ammesso che il pilota francese non mente.


Anche il Paris-Journal giudica impensabile che Jean-Pierre Beltoise abbia scelto deliberatamente di correre un rischio assurdo; il quotidiano ritiene che il pilota abbia attuato la soluzione che gli sembrava meno pericolosa, e secondo il giornale, è anche il parere di Fangio, tanto più che a c'era posto per cinque automobili.


Comunque, l'incidente viene attribuito alla fatalità.


In un'intervista ai microfoni radiofonici di Europa 1, Jean Luc Lagardère, presidente della società Matra Sport, dichiarerà:


"Ho telefonato a Beltoise per conoscere quale era il suo stato d'animo; mi ha detto di essersi posto domande dieci, venti volte, e di essere giunto alla convinzione di non ritenersi colpevole. Lo sosterremo. Egli è la causa ma non è colpevole della scomparsa di Giunti. Beltoise ha avuto molte disgrazie nella vita, e questa è una disgrazia in più".


Le responsabilità potrebbero essere parecchie secondo il giornale Le Monde, non esclusa quella dei commissari se hanno autorizzato la manovra di Beltoise.


Ma il giornale argentino Clarin scriverà che in nessuna maniera si può ammettere che vengano gettate ombre sul comportamento degli organizzatori, dei vigili del fuoco, della polizia o dei commissari incaricati di agitare le bandiere gialle. Il giornale prosegue:


"Siamo stanchi fino al limite della sopportazione per il fatto che nell'ambito sportivo, quando succede un fatto che abbia per protagonista un argentino o degli argentini, ciò serva di pretesto perché dall'estero si manifesti una fobia contro il Paese, i suoi abitanti, i suoi costumi".


Secondo quanto pubblica Clarin, i dirigenti argentini avrebbero osservato per un'ora e mezzo la registrazione televisiva dell'incidente alla presenza dei membri della Federazione Internazionale Automobilistica Schmidt e Piundner, del presidente della Grand Prix Driving Association, e del direttore di gara della 1000 chilometri, il famoso ex campione Manuel Fangio.


Tutti avrebbero affermato di essere soddisfatti del funzionamento dei vari servizi, sottolineando di non aver mai visto, in Argentina o nel mondo, una tale perfezione di organizzazione. Il sincronismo dei movimenti tra i segnalatori con bandierine, pompieri, polizia e ambulanze era perfetto.

L'ex campione del mondo John Surtees dichiarerà:


"Se Jean-Pierre Beltoise stava spingendo la sua Matra soltanto per arrivare ai box, e non per mere ragioni di sicurezza, allora l'atroce responsabilità è tutta sua. Chi unisce contro una vettura ferma sulla carreggiata non ha alcuna responsabilità. Conoscevo di persona Giunti e lo stimavo parecchio. Sono profondamente addolorato per la sua morte".


Denny Hulme, da parte sua, dirà:


"Questa notizia mi addolora parecchio, soprattutto perché noi tutti amavamo Giunti, un giovane bravo e con un futuro davanti a sé. Le cause dell'incidente mi sembrano inverosimili, tanto sono assurde e ben lontane dal nostro professionismo. Se è vero che Beltoise ne è responsabile, noi tutti avremo parole di profondo biasimo per lui".


Il giornale argentino Cronica scrive:


"Jean-Pierre Beltoise non dovrebbe mai più mettere piede in un autodromo. La relazione delle segreterie delia Federazione automobilistica internazionale dovrebbe essere chiara e precisa. John Smith e Martin Pfunder dovrebbero raccomandare all'organizzazione il ritiro della licenza di Beltoise".


Forse, tra tutti, la disamina più accurata e lucida rimarrà quella espressa da Arturio Merzario, che parlando della scomparsa di Giunti, dirà:


"Voglio andare al di là dell’evento terribile e dire che quell’episodio servì per aprire una riflessione. Travagliata, dolorosa ma priva di preconcetti. Fatta di voglia di non ricadere negli stessi errori. Fu uno degli episodi capisaldi in cui le corse cominciarono riflettere sugli errori compiuti. Per il resto Beltoise fu vittima delle circostanze. In quei tempi, se non riportavi la macchina ai box, anche se a spinta, il tuo team ti fucilava. Per questo compiango Ignazio, era un amico, e nello stesso tempo capisco Jean-Pierre".


Durante il Gran Premio del Sudafrica prenderà posizione anche la Gran Prix Driver association, emanando un comunicato stampa in cui parlerà di concorso di colpa fra Beltoise, circuito e Giunti.


Un compromesso che scatena nuove polemiche.


Alla fine Beltoise verrà punito con tre mesi di squalifica.


Ignazio Giunti era fidanzato da quasi tre anni con Mara Lodirio, una graziosa ex fotomodella di una nota rivista di moda ed ora titolare, insieme alla madre, di una boutique nel centro di Milano.


Si erano conosciuti in Sicilia: Mara era a Palermo per una sfilata di modelli, Ignazio era laggiù per correre la Targa Florio. Si erano affiatati subito ed erano divenuti inseparabili, tanto è vero che la signorina Lodirio aveva lasciato il suo lavoro di fotomodella per essere più libera di accompagnare il fidanzato nelle trasferte, e di soffrire attendendolo ai box.


Stavolta, però, Mara non aveva accompagnato Giunti nel lungo viaggio in Sud America per la prima gara stagionale del campionato mondiale marche. Aveva preferito rimanere accanto alla madre, a Milano, dove la raggiunge la tremenda notizia della tragedia.


Mara, sconvolta dal dramma, si chiude in casa senza farsi vedere da nessuno, amorevolmente vigilata dalla mamma, che risponde, in vece sua, alle domande, per telefono o di persona, di giornalisti e radiocronisti:


"Mara è distrutta, non è assolutamente in grado di parlare. Del resto, parlandole, si riuscirebbe soltanto a procurarle altro dolore. Ci ha telefonato un'amica di Mara ed ho risposto io al telefono. Dapprima le ho detto che Ignazio era soltanto ferito, poi, pian piano, le abbiamo detto la tremenda verità. Adesso Mara non fa che piangere. Peccato, si volevano bene, avevano tutto, si sarebbero sposati presto".


"C'eravamo già preoccupate di trovare posto su qualche aereo per Buenos Aires, poi abbiamo saputo che, per interessamento dell'ambasciatore italiano in Argentina, la salma di Ignazio potrà tornare subito in Italia. Mara parte domattina per Roma e starà ad aspettarlo per dargli l'ultimo saluto".


Oltre che nella sua famiglia, Ignazio lascerà un vuoto nel mondo dei motori, soprattutto se si pensa che in pochi anni di attività conquistò quattro vittorie e sedici podi, risultato che ancora oggi portano a chiedersi quale straordinaria carriera avrebbe potuto avere il bravissimo pilota italiano senza quell’incidente.


Giunti verrà tumulato al cimitero del Verano, mentre sulla pista che lo ha reso famoso, essendo stato teatro dei suoi primi passi da pilota, e di numerose vittorie, verrà costruito un busto celebrativo per ricordare quel ragazzo che si ribellò alla sua famiglia pur di inseguire il sogno di guidare, un giorno, per la Ferrari.


Massimiliano Amato

Info Cookie

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull'utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy nella pagina Info, o inviando una e-mail a staffosservatoresportivo@gmail.com Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie.