Gilles, Didier. E quell'amicizia. Forse...

Aggiornato il: 14 ago 2019



Max: È il tuo modo di vendicarti?

Noodles: No. È solo il mio modo di vedere le cose.

Noodles: Vede, signor senatore, anch'io ho una mia storia, un po' più semplice della sua. Molti anni fa avevo un amico, un caro amico. (...) Era una grande amicizia. Andò male a lui e andò male anche a me.


Forse c’era troppo spazio, in pista, quel giorno: mettiamola così. Sui torti subiti, sulle gioie a cui qualcuno, o qualcosa, spezza le ali, il tempo sembra non essere passato. O forse aveva ragione Shakespeare, come sempre, quando diceva che aprile è il più crudele dei mesi. Shakespeare era inglese, del resto, quel giorno a Imola non avrebbe corso, se fosse stato il pilota di una scuderia britannica, per protesta.


Protesta di alcuni, festa predisposta per altri.


È il 25 aprile e al via della terza gara del Campionato del mondo ci sono solo quattordici macchine. Mancano i principali team inglesi: Brabham, Lotus, McLaren. Storia di regolamenti e serbatoi dei freni riempite d’acqua per rispettare il peso minimo, per poi essere svuotate e rendere le vetture di nuovo performanti, all’altezza di quelle che utilizzano il turbo.


Un partito a favore di Bernie Ecclestone, uno contro.


La FOCA opposta alla FISA, sigle del frazionamento del potere e della lotta in nome dello stesso.


Sembra il centro della scena, la questione regolamentare; fino al pomeriggio di domenica, fino alla fluida partenza delle imprendibili ma fragili Renault di Prost e Arnoux, forse. Poi le diatribe su pesi, misure e relative trincee del potere nel Circus diventano un puntino lontano sullo sfondo, perché la scena si tinge di rosso: rosso acceso, rosso palpitante, rosso cupo. Rosso amaro, ammesso che esista.


27 e 28, alla roulette di San Marino, prevedibilmente in quest’ordine, soprattutto dopo quel cartello spuntato da un box senza l’Ingegnere, ancora più maiuscolo quando è assente: occasione rarissima, per questo memorabile.


È una storia di solitudini che masticano un’amicizia, questa; è una vicenda in cui il fumo dell’oppio della pipa di Noodles si confonde con quello degli scarichi rabbiosi della Ferrari 126 c2 di Gilles Villeneuve; in cui Didier Pironi, profilo francese e guance pienotte da benestante, sembra improvvisamente celare sotto il casco e la maschera gli zigomi ossuti di Max, che nel taschino della tuta deve avere ancora l’orologio che rubarono a quella guardia.


Ci scommetteremmo, come Gilles, o Noodles se preferite, scommetterebbe sul fatto che Didier, ma anche Max, prima o poi rispetteranno i patti.


Se ci facciamo la guerra, è solo perché prima ci stiamo divertendo, lui non mi farebbe mai un torto...

Pensa Gilles e pensava Noodles...


C’era una volta in Ferrari: lo pensa Gilles perché non conosce altri modi di pensare; sa che nelle lenti scure del Vecchio, che assiste alla gara da Maranello, si specchiano scie di gratitudine per quel titolo mondiale di tre anni prima, quando il canadese dal viso delicato seppe, perché volle, proteggere le spalle a Jody Scheckter. Jody, un vero amico. Come Didier del resto. O no? Gilles lo passa sempre a prendere in elicottero, per le trasferte sui vari circuiti. Sempre.


Chissà perché Didier non lo ha invitato alle nozze, qualche giorno prima di Imola.


Ma la festa è oggi, in fondo: le Renault, prima quella di Prost, poi quella di Arnoux (dopo un piccolo, bel duello con Gilles, quasi come a Digione, quasi: nessuno è più fedele di un avversario spietato e corretto) si sono arrese l’una al sistema elettrico, l’altra alle turbine fameliche, con tanto di fumo scuro e lingue di fiamma.


Monologo rosso su asfalto sgombro; cornice di tribune in visibilio. Ai due amici non resta che onorare lo spettacolo; tanto l’ordine d’arrivo non può essere in discussione, al di là dei sorpassi d’alta scuola che divertono Max e Noodles, quest’ultimo sicuro del rispetto dei patti. Sicuro solo lui, però; perché non concepisce altro modo di vivere. Lo aveva detto Jody Scheckter, tre anni prima: Gilles Villeneuve è sincero al punto tale da apparire ingenuo, in più di un’occasione.


Il pubblico è in tripudio, con le due Rosse in parata. In parata, perché il pubblico non è dentro ai due caschi, non scruta le anime sotto le tute.


Giro 49: Gilles crede di stare giocando con Didier, come Noodles e Max quando si lanciarono con la Cadillac in acqua; per lui il duello finisce con la staccata, mirabile, con cui si mette Pironi dietro gli scarichi: alla Tosa, regalando un’ultima vibrazione ai ferraristi di tutto il mondo.


Spunta quel cartello, dai box; quel cazzo di cartello, se permettete. “Slow”: rallentare e arrivare così. Per tutti, Gilles compreso. Non per Pironi, che pensa: non fate casini, poi giocatevela fino in fondo. Dove sei, Mauro Forghieri? Dove glielo avresti infilato, quel cartello insensato? Noodles rallenta, di un paio di secondi al giro: ora spetta a lui beneficiare dei patti, del gioco di squadra. Però Max è sempre più grosso negli specchietti, quasi ingombrante per essere uno che ha appena ricevuto l’incarico di scortare il compagno al traguardo. L’amico, anche. Fino a quel momento.


Fino a quando la sagoma della Ferrari numero 28 gli sfila accanto.


Dentro ogni abitacolo c’è un cavaliere solitario, come è giusto che sia. Da quel momento però Gilles è anche solo. Solo come può essere non un pilota, ma un pugile che finisce al tappeto. O un amico tradito, che nel rialzarsi non vedrà più il mondo attorno a sé come lo aveva visto fino a qualche istante prima.


Che succede allora? Succede che Noodles si accorge di chi sia davvero Max, di cosa è disposto a sacrificare quando è accecato dalle proprie mire. Gilles è un Robert De Niro che apre la valigia e ci trova solo ritagli di giornale; attaccato ai valori della strada, incredulo per l’amicizia svanita assieme alla fiducia, come benzina sotto il pedale del gas.


Di rabbia e frizione, scuotendo la Ferrari per gli ultimi sorsi strangolati di carburante, riprende Pironi alla Tosa, con un sorpasso duro, quasi cattivo ormai. Anzi: incattivito, che è molto peggio.


Guardati dall’ira dei buoni, Vangelo.


Finita qua, la gara? L’amicizia sì, dicevamo.


Ma al Tamburello, ultimo passaggio, Pironi allarga la traiettoria per poi accelerare implacabilmente, rifinendo l’ultimo sorpasso.


Tutto ciò che una scuderia e due uomini potevano avere in comune fino a qualche momento prima, si è infranto contro gli scacchi di una bandiera: bianchi, come la coscienza di chi si è fidato degli altri fino all’ultimo; neri, come le mire fameliche dell’ingordigia che inquina la coscienza degli uomini.


Un accento stonato, sul podio: il sorriso di Michele Alboreto, la sua gioia isolata per un terzo posto grattato alle assenze a colpi di talento emergente e di affidabilità della sua Tyrrell non dissidente.


Il vincitore, se così lo si può definire, non riesce nemmeno a fingersi soddisfatto; nel sollevare il trofeo riservato al primo classificato ha la faccia di un invitato al ricevimento che vorrebbe abbandonare il prima possibile.


E Gilles Villeneuve? Il suo viso è al tempo stesso quello di un bambino a cui hanno sottratto il giocattolo preferito e quello di chi è invecchiato trent’anni in un minuto. È come Noodles, quando nella seconda parte del film torna in città, da chissà dove, dopo tutto il tempo trascorso invano a cercare di dimenticare.


Entrambi pensano alla gara seguente, quella di Zolder, in Belgio. Zolder, già.


Tutto ciò che avrebbero da dirsi, non se lo diranno più.


Cosa hai fatto in tutti questi anni, Noodles?


Sono andato a letto presto...


Paolo Marcacci

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