Gianclaudio Regazzoni, detto Clay



Scadere nella retorica per raccontare te sarebbe come sfiorare un guardrail grigio opaco: perché dovremmo? L’hanno già fatto troppe volte; in realtà non è nemmeno colpa loro, forse è tutto merito tuo. Pure se avessero voluto scriverlo, il copione della tua vita, non sarebbe venuto così bene.


Il fatto è che gli anni settanta avevano i baffi: li portavano gli attori, i calciatori, i papà e gli impiegati. I piloti no, quasi nessuno; anche in quello ti è bastato poco per distinguerti, un po’ come quando il sole, a ogni tornata, sembrava rimbalzare sulla croce bianca in campo rosso del tuo casco. Svizzero? Un po’ per caso e quasi soltanto per passaporto, ma in fondo chi ci ha mai creduto del tutto? Italiano nel cognome, nel nome all’anagrafe, Gianclaudio, musicale come un’accelerazione protratta; soprattutto nella faccia, improntata al sorriso, all’espressione distesa, a uno sguardo sul mondo che fa capire di non prendere del tutto sul serio nessuna cosa, forse, perché è così che ragionano i veri saggi.


Clay Regazzoni: un nome così sarebbe stato buono anche come quelli d’arte per il cinema; in fondo che cosa ti mancava, vista la naturalezza con cui portavi in scena te stesso? Inevitabile che piacessi alle donne, incommensurabile il bene che ti volevano i tifosi. Anche quando non erano appassionati in senso stretto, perché anche se sapevano a malapena misurare l’olio alle loro utilitarie, il tifo per te gli veniva naturale, perché uno con quella faccia e quel nome non può che essere di famiglia, nella casa di ogni italiano che in cuor suo ti portava a sud di Lugano, per coccolarti in un poster, leggerti su qualche etichetta pubblicitaria, sfogliarti in un rotocalco dove il baffo impazzava, e impazziva, tra mondanità varie.


Leggerezza, in tutto; pesante solo il piede, quello destro, quando c’era da schiacciare il pedale. Come quando i piloti d’automobile si chiamavano ancora corridori e una monoposto era ancora tutta da interpretare, come una tela su cui l’artista si sbizzarriva col pennello. Ecco cos’eri, in fondo, più di ogni altra cosa, più di quel Viveur, danseur, calciatore, tennista e a tempo perso pilota... con cui ti aveva definito il genio di Enzo Ferrari: un artista, resta da capire se più dentro o più fuori dell’abitacolo.


 Non ti si può raccontare in una volta sola, in tal caso non avremmo capito niente; per questo di te parleremo più di una volta: per le grandi cose che hai fatto finché hai gareggiato in Formula Uno, per quelle inimitabili con cui hai doppiato un destino che sembrava averti slacciato le cinture.


Come un prisma, con tutte le sue sfaccettature, i suoi riflessi: schegge di colore dove si spargono i frantumi dell’iride di quel titolo mondiale, perlomeno uno, che avresti meritato, che ti eri guadagnato, Gianclaudio Regazzoni, detto Clay, che hai fatto l’amore più dentro che fuori dall’abitacolo, ed è tutto dire. 


Paolo Marcacci

Info Cookie

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy nella nostra pagina Info. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.