Dijon, mon amour!



Immaginate di regalare a un bambino due macchinine; magari una giallo ocra, l’altra rosso vivo. Inizierà a immaginare una serie di sorpassi, le farà procedere appaiate, col musetto dell’una che sembra sopravanzare l’altra e invece no, ecco che l’altra torna alla carica, come se non si dovesse mai capire quale delle due riuscirà a spuntarla; come se non ce la facessero a smettere...


Fino al primo giorno di luglio del 1979, la città francese di Digione era nota, nel mondo, per la senape, la prelibata "moutarde". Da quel pomeriggio, diventa la città del duello per antonomasia, in campo automobilistico. Per gli appassionati di Formula Uno, un vero e proprio luogo dell'anima.


Siamo al giro di boa della stagione, il circuito di Digione-Prenois è un tracciato molto particolare, con una serie di tornanti e saliscendi che, percorsi subendo le sollecitazioni di una monoposto, fanno accusare a più di un pilota sintomi di nausea e vertigini.


Qualcuno adotta particolari accorgimenti all'interno dell'abitacolo per fronteggiare i vari malesseri. C'è un solo rettilineo, però lunghissimo, la "Ligne droit de la Fouine"; è in quel punto che, secondo le previsioni, lo spunto delle Renault, dotate di propulsore turbo-compresso, dovrebbero frustrare le ambizioni di ogni altro avversario.


In prova, in effetti, le RS11e RS12, pilotate rispettivamente da Jean - Pierre Jabouille e René Arnoux, fanno il vuoto dietro di esse, con Jabouille in pole position e il compagno immediatamente dietro. È una sorta di nazionale gialla, la Renault, che per di più quel giorno gioca in casa: vettura, motore, gomme, carburante e piloti sono francesi.


In seconda fila, col terzo tempo, parte Villeneuve, affiancato da un pilota emergente: il brasiliano Nelson Piquet, a bordo della Brabham motorizzata Alfa Romeo.


In partenza Gilles brucia gli avversari, riuscendo a trovare il varco per presentarsi davanti a tutti alla prima curva dei 304 chilometri di pista.



Come già sottolineato, le Renault sfruttano in pieno l'interminabile rettilineo, però sono meno governabili nei tornanti. Per 46 giri, come di consueto, Villeneuve chiede alla Ferrari tutto ciò che la macchina può dare; a quel punto però i freni e le gomme hanno già subito uno stress straordinario, per resistere all'incalzare delle vetture francesi.


Al giro 47, Jabouille diventa primo, lo resterà per tutta la corsa: una volta trovato campo libero, risulterà semplicemente imprendibile, anche per il compagno di scuderia che a questo punto si contende con Villeneuve il secondo gradino del podio.



René Arnoux spinge al massimo la sua Renault, anche per onorare, davanti al pubblico di casa, quella che sarebbe una storica doppietta nella già storica domenica della prima vittoria del marchio transalpino. Anche ad Arnoux l'affannosa rincorsa comincia a presentare il conto: il suo problema è costituito dal pescaggio del carburante, che lo pregiudica soprattutto durante la percorrenza dei tornanti.


Due vetture menomate da problemi differenti hanno un pugno di giri per contendersi la piazza d'onore; due piloti devono compensare col proprio talento - eccezionale, come quello della maggior parte dei protagonisti della loro generazione - le mancanze dei rispettivi, sempre meno gestibili mezzi meccanici.


È così che germoglia, tra i saliscendi degli ultimi giri, quel grande fiore che è il duello di Digione; ha petali variegati, rosso Ferrari e giallo Renault; lo sfiora il vento della passione di un pubblico letteralmente impazzito per quello a cui sta assistendo; affonda le radici su strisce di gomma sempre più nere, manda profumo di benzina che stordisce, di frizioni tirate come elastici. Lo dipingono Gilles Villeneuve e René Arnoux, a colpi di cambio manuale e freni quasi presi a calci, più che pigiati.



Su un palcoscenico d'asfalto, recita sua maestà dei sorpassi: la "staccata", quella con cui Villeneuve lascia il pedale dell'acceleratore il più tardi possibile prima dell'ingresso in curva e poi quasi demolisce il freno, sopravanzando di mezza macchina la Renault, che poi all'uscita dalla curva torna a sgambettare la Ferrari, chiedendo la grazia a ogni goccia di benzina residua, pur di dar da bere al turbo vorace che può spingerla oltre il dannato canadese che, sin dalla partenza, ha inventato traiettorie da visionario del volante, sorpassando all'esterno in una persistenza di accelerazione che tiene sospeso il respiro di chi assiste e, paradosso dell'assoluta velocità, sembra fermare il tempo in un testa a testa protratto, che se l'adrenalina avesse un indicatore sul cruscotto la lancetta sarebbe già impazzita.


Le riprese effettuate dall'elicottero mostrano le due macchine come tirate all'unisono da un filo invisibile, o da una ventosa che le risucchia, mentre si prendono a spallate di pneumatici, si toccano continuamente, freneticamente, come le dita di due innamorati che non possono fare a meno di venire a contatto. È un mistero come faccia Villeneuve a riprendere terreno dopo che il motore dell'avversario sembra indurlo alla frustrazione; invece eccolo di nuovo riempire lo specchietto di rosso vivo, per poi ripresentarsi al fianco, con le ruote improvvisamente bloccate alla fine dell'ennesimo sorpasso, quindi piantato ancora una volta davanti, che schizza via come una molla dopo una frenata quasi letale per i dischi e le sospensioni.


C'è un momento, a metà di una curva, in cui René, che sta girando il volante verso destra, si trova il casco di Gilles a un palmo, in un millesimo di secondo riesce quasi a individuargli le pupille spiritate sotto la visiera.



Non sono più gli ultimi chilometri di un gran premio massacrante; Gilles Villeneuve e René Arnoux li hanno trasformati in un duello medioevale, dove l'uno lascia i propri segni sulla fiancata dell'altro e viceversa, ed è un miracolo che non si buttino fuori pista a vicenda, che uno dei due non decolli sulle ruote dell'altro. In fondo è già accaduto; in fondo accadrà ancora. Però, proprio perché di un duello medioevale si tratta, anche quando i giri dei rispettivi motori fanno compiere il giro completo alle lancette, nessuna scorrettezza, nemmeno involontaria, sporca la purezza dell'aspra contesa; nel contendersi ogni millimetro di strada, nessuno dei due la taglia all'avversario.


La velocità pura non dà il tempo di barare, solo quello di correre. E poi, cosa c'è di più bello di un sorpasso? Forse soltanto un contro-sorpasso, quello che Villeneuve imposta mangiandosi la curva a ruote bloccate e che Arnoux, un attimo dopo, si carica sul collo e sulla schiena, quasi spezzati dagli ultimi ululati del turbo. Ecco spiegato il miracolo del mancato incidente: oggi, primo giorno di luglio del 1979, anche il dio delle corse ha sgranato gli occhi di fronte a quei due meravigliosi pazzi.


Che nessuna uscita di strada o collisione osi rovinargli lo spettacolo.


Alla fine è la Ferrari 312 T4 di Villeneuve che transita sul traguardo dietro l'indisturbato vincitore Jabouille; nel frastuono delle ultime accelerazioni Gilles la spunta per 25 centesimi di secondo, meno del battito di ciglia per il sudore che appanna la visiera del casco.



Mentre si consuma la cronaca, Digione è già storia; purtroppo per Jabouille, che sale sul primo gradino del podio, l'immortalità di un gran premio irripetibile non è data dalla prima, certamente storica vittoria della Renault in casa propria: persino il proverbiale patriottismo francese, che attendeva il grande giorno delle monoposto gialle, viene distratto da ciò che diventa indimenticabile mentre sta accadendo.


Sul podio, Jean - Pierre Jabouille, con la corona d'alloro quasi a tracolla, è pressoché ignorato; occhi e telecamere sono tutti per Villeneuve e Arnoux: non solo perché hanno appena scritto una poesia che profuma di benzina, ma anche perché ci si chiede cosa si staranno dicendo, se stiano litigando fra loro dopo essersi contesi fino all'ultimo granello d'asfalto.



Invece, per tutta risposta, i due si sorridono a vicenda, grati entrambi alle proprie macchine, che hanno resistito a ogni loro follia. Nelle prime dichiarazioni che rilasceranno, la sintesi della loro gara sarà comune a entrambi: si sono divertiti come matti.


Anche noi, a dirla tutta.


Per gli appassionati italiani, che seguono la gara sulla Rai, a far da controcanto all’urlo variegato dei motori è la voce di Mario Poltronieri, magistralmente modulata sul ritmo dei pistoni.


Questo racconto, con gratitudine, è dedicato a lui.


Paolo Marcacci

Info Cookie

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy nella nostra pagina Info. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.