Buon compleanno, Riccardo...o forse no!

Aggiornato il: 14 ago 2019



Ventiquattro anni, invece no. Due giorni ancora, l’eternità di un pilota di Formula Uno. 

Troppe cose ancora da fare, a cominciare da un gran premio da concludere. Magari proprio qui in Canada, perché no?


Sotto la visiera si intravedono sempre gli occhiali; sotto gli occhiali il viso di un ragazzo che ha la buona famiglia disegnata sui lineamenti del viso magro, che sembra programmato per un sorriso timido.


La Osella invece sembra programmata per fare fatica, nelle qualifiche o durante le gare, ma è pur sempre un miracolo di fatiche ed entusiasmi, tra i titani dell’industria automobilistica che appongono le monoposto di Formula Uno come fiore fulgido al proprio occhiello.



Per ora va bene così; del resto è già accaduto tutto troppo in fretta: forse lui stesso sarebbe voluto restare un altro anno in Formula Due, mentre ora gli tocca sbirciare attraverso le lenti quadrate qualche decina di metri più in là e scorgere la tuta di Piquet, quella di Prost, il volto stropicciato di Niki Lauda, che la Formula Uno la porta in faccia, come fosse un monito per tutti gli altri. Anche per un ragazzino milanese dai capelli scuri, che forse gli altri a malapena salutano, nel dubbio su quando iniziare a considerarlo un vero collega.


Mentre per lui incrociare quei campioni dev’essere come sfogliare una specie di album delle figurine. Tutto questo nemmeno un ragazzo ricco poteva sentirsi autorizzato a sognarlo, soprattutto uno che ha cominciato a correre tardi, potendoselo permettere ma, certamente, non prevedendo che in quattro anni si sarebbe ritrovato con tutti quei cavalli dietro la schiena; con tutti quei nomi davanti, su una griglia di partenza.

 

Non che ne abbia visti ancora molti, di semafori verdi; del resto è ancora tutto così piccolo, nella sua esperienza: la scuderia, le ambizioni, il numero dei giri percorsi. Di grande c’è soltanto lo stupore per quello che puoi raccontare del mondo di cui fai parte, finché ne fai parte.



A Imola ce l’aveva fatta, a prendere il via, seppure dalla corsia dei box; a Detroit, per la gara precedente, era riuscito a qualificarsi, ma poi aveva vanificato tutto per un incidente nel warm-up, in cui aveva perso una ruota.


Qualcuno aveva detto che gli era andata bene.


Una di quelle frasi che fanno tirare un sospiro di sollievo a tutti quelli che ti stanno attorno.


A parte tuo padre e tua madre. Per loro è come se si moltiplicassero le preoccupazioni. 

Loro forse già stavano in pensiero per le arti marziali; poi si sono preoccupati per le gare di sci. Oggi sorridono, di un sorriso un po’ tirato e teso, se ripensano a quell’apprensione lì; quanto deve sembrargli irragionevole, quanto volentieri farebbero a cambio, ora. 

Mamma però in Canada c’è venuta, assieme a te: forse se lo sentiva, che avresti centrato la qualificazione. Ventitreesima posizione, come a dire che anche tu esisti, che Riccardo Paletti è un pilota di Formula Uno, che non c’è nulla di più normale che poter partire, per un pilota. Prendere il via: come accade con i sogni di quelli che se li possono permettere.


Mamma una cosa non poteva dimenticarla, prima di partire: ordinare la torta per il tuo compleanno. In fondo mancano solo due giorni. E per regalo un Gran Premio del Canada da poter disputare.


Dio delle corse, stavolta mi sei sembrato buono.


13 giugno 1982, un giorno da ricordare. Non sai ancora quanto.


Chissà quale è stato il momento esatto in cui le lenti si sono appannate sotto la visiera?


Quand’è che hai capito che la Ferrari, l’unica Ferrari, non si stava muovendo?


O forse non l’hai vista nemmeno, alla fine della traiettoria che ti stavi godendo?


Ti hanno trovato il contagiri a più di diecimila; con la terza marcia inserita. Non hanno trovato te, sotto la tuta, nel respiro pieno della schiuma degli estintori, nel cuore già sparito qualche minuto prima, sotto l’alettone di Pironi, che si batte i pugni sul casco, che si dispera per le fiamme che lo hanno strattonato lontano; per le tue cinture che ti trattengono proprio mentre ti lasciano andare.



Ventiquattro anni, invece no.


Paolo Marcacci

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