Arturo Merzario, l'anticonformista!




Lui, che di comune non ha mai avuto niente, perché dovremmo giudicarlo o, peggio, raccontarlo attraverso una serie di luoghi comuni?


Perché lo sanno tutti che scese dalla monoposto per prestare soccorso a Niki Lauda, il primo di agosto del 1976 al Nürburgring, laddove altri non lo avrebbero fatto o lui stesso in un’altra occasione non si sarebbe fermato; così come tutti conoscono la storia della gratitudine mancata e poi testimoniata da Lauda attraverso il celeberrimo orologio d’oro; tutti hanno anche visto, migliaia di volte, i suoi cappelloni in stile texano, quasi da cowboy di un western all’italiana, uno dei quali addirittura griffato dalla Marlboro.


Ma se lo raccontassimo attraverso questi fortuiti aneddoti in cui entra da comprimario, o celebrando la sua guascona veste esteriore, o ancora la sua faccia buona per un qualsiasi b-movie degli anni settanta, gli mancheremmo di rispetto.


Mancheremmo di rispetto, per essere più chiari, prima all’uomo e poi, di conseguenza, al pilota: anzi, al corridore d’automobile. Perché siamo convinti che a lui piaccia un po’ di più questa seconda definizione. Glielo chiederemo, dopo che avrà letto il nostro racconto.


Perché, vedete, lui è Arturo Merzario: un mito, al tempo stesso un superstite, di quella cannibalesca Formula Uno degli anni settanta, all’interno della quale avrebbe meritato di avere chance più prestigiose, o quantomeno scuderie più solide dietro le spalle, componenti più affidabili sotto il culo, se permettete la licenza poetica.


La gente di lago è la più particolare di tutte le altre, perché ha sempre in canna, nel proprio temperamento, una qualche onda anomala: non è un caso che molti comici lombardi, in segreto uomini malinconici e persino scontrosi, siano nati dalle sue stesse parti, ossia su una sponda del Lago di Como. A lui basta guardarlo in faccia ancora oggi per capire che il lato comico dell’esistenza non deve essergli mai sfuggito, anche se non ha fatto il cabarettista, perché per fare qualsiasi altra cosa, nella sua vita, sarebbe dovuto scendere dalla macchina. Da qualsiasi macchina: Arturo Merzario ha guidato di tutto, tutto ha saputo chiedere a ogni vettura del motorsport con cui abbia fatto coppia; in tutto e per tutto ricambiando la sua femmina di turno, che invece di un paio di cosce aveva quattro gomme, lisce o scolpite, coperte o scoperte.


Chiedetegli di un qualche centimetro d’asfalto, di una qualche mecca dell’automobilismo in giro per il mondo: il texano di Como sarà in grado di descrivervela a menadito, perché se chiude gli occhi è in grado di visualizzare quella curva, o l’uscita da quel tornante, immaginando i giri giusti che il motore deve suggerire ai timpani, o la marcia ideale da innestare. Che si tratti di Daytona, di Spa, o del cosiddetto anello verde del già citato Nürburgring, Merzario potrebbe raccontare delle infinite volte che ci ha corso, delle parecchie in cui ci ha vinto, anche oltre i settant’anni, come nel 2018 gli è successo nella categoria Classic, a Daytona.


In Formula Uno ci arriva per meriti indiscutibili, nel 1972; basti pensare che comincia dal Cavallino, con una Ferrari non memorabile, appena prima che inizi l’era Lauda. Poi March, Copersucar, Shadow, fino a sublimare la sua parabola a ruote scoperte col tentativo, per qualche stagione coraggiosamente condotto in porto, di mettere in pista, pilotandola, una monoposto tutta sua: la storia della scuderia Merzario in Formula Uno costituisce, da sola, un capitolo a parte nella storia del motorsport; siamo alla fine degli anni settanta, ormai, con i grandi costruttori che stanno per sbaragliare il campo, abbassando il sipario su tutta un’epoca in cui sulla scena dei gran premi c’era stato spazio per tutta una serie di scuderie fiorite grazie alle intuizioni e agli sforzi, oltre che alla necessaria componente di follia, di una serie di pionieri, più entusiasti che ricchi, più cocciuti che lungimiranti. Merzario ha fatto parte anche di quella schiera lì.


Ha vinto la Targa Florio, così come la 1000 chilometri di Spa, al volante della memorabile Ferrari 312 P, uno dei prototipi più belli usciti dalla fabbrica modenese. Esempi, fra i tanti, che lo consegnano alla storia.


Ma se dovessimo scegliere un particolare più leggendario di altri per spiegare ai più giovani chi sia stato davvero, sceglieremmo l’epoca al volante dell’Alfa Romeo: l’uomo col cappello alla John Wayne è stato l’ultimo pilota iridato del marchio. E, quindi, ha pieno titolo per raccontare anche questo. Il cowboy del lago nel 1977 vince il Campionato del mondo Sport Prototipi con l’Alfa 33 SC 12, bissando il titolo del 1975 che aveva ottenuto con la 33 TT12.


Capito, ora, perché quando si parla di lui bisogna smetterla di parlare sempre di quando scese dalla macchina per prestare soccorso a Lauda? Perché Arturo Merzario va raccontato quando allaccia le proprie, di cinture, anche sé quella volta fu ancora più coraggioso slacciando quelle altrui in mezzo alla fiamme e ai gas velenosi.


Tanto di cappello, campione, è proprio il caso di dirlo. Non commuoverti, ora che leggerai: è soltanto merito tuo.


Paolo Marcacci

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