#Finale Alain&Ayrton: Che eredità ci hanno lasciato Alain e Ayrton?



Una delle pietre miliari su cui si basa la filosofia cinese è il noto concetto di yin e di yang.


Essi possono essere rappresentati tramite il bianco e il nero, la notte e il giorno, l’acqua e il fuoco. In parole povere, si tratta di due essenze completamente opposte, ma che allo stesso tempo hanno la propria radice l’una all’interno dell’altra, e pertanto, sono interdipendenti. L’uno non può esistere senza l’altro.


Ecco, dopo essermi immerso per mesi negli ‘80 e ‘90 della storia della Formula Uno, penso sia questo il modo migliore di descrivere Ayrton Senna e Alain Prost. Due opposti, ma che senza la presenza dell’altro, probabilmente non avrebbero colto gli stessi successi che invece annoverano.


Due personalità completamente differenti, due stili di guida altrettanto diversi.


Il primo, Senna, aggressivo fino al midollo e con un talento fuori dal comune, che grazie ad imprese che talvolta la sola logica non poteva spiegare si è guadagnato l’appellativo The Magic.


Il secondo invece, Prost, strenuo calcolatore, più gentile nel portare al limite la sua vettura, dopo essere stato 'l'eterno secondo' nei suoi anni in Renault ed il suo primo in McLaren, divenuto nel tempo Il Professore.


Prima di avventurarmi nella stesura di questa storia unica, conoscevo non più dello stretto necessario della rivalità tra Ayrton Senna e Alain Prost. Mi attenevo a quella che era la visione generale di chi l’aveva vissuta o studiata.


Di conseguenza, spesso ho anche sentito parlare di una sorta di gioco delle parti, dove c’erano addirittura buoni e cattivi, e nello specifico Senna impersonava l’eroe amato da tutti, il pilota che doveva contrastare il cattivo, cioè Prost, accusato di usufruire dell’aiutino della FISA e di Balestre, e che per una pura questione di politiche interne della Formula Uno e probabilmente per una personalità meno accesa rispetto ad Ayrton, si è guadagnato questo scomodo titolo.



Lo stesso Alain ha confessato di essersi trovato in situazioni abbastanza paradossali nel rapporto con i tifosi:


"Non ho mai avvertito tensione o aggressività dei brasiliani nei miei confronti, nonostante il grande entusiasmo che ci fosse per Ayrton, e negli anni precedenti per Piquet".


"Paradossalmente, avvertivo aggressività in Francia, durante i nostri anni di battaglia. La gente tifava per Ayrton, e non me, nel mio Paese! Ayrton era diverso. Io ero quello noioso, era lui che la gente preferiva".


Quando insieme a Fulvio Conti, ho intrapreso questo viaggio indietro nel tempo, ero deciso a cercar di carpire ogni singolo dettaglio riguardante la loro rivalità, delle loro personalità e del loro talento più unico che raro.


Gara dopo gara, intervista dopo intervista e grazie alla vasta gamma di retroscena nei quali mi sono imbattuto durante le varie ricerche, senza neanche accorgermene sono rimasto stregato da quegli anni, riuscendo finalmente a capire la ragione per cui la gente ne parli con così tanta nostalgia, e perché c’è chi si indigna ad ogni minimo paragone fatto tra i piloti di oggi e loro due, Senna e Prost.


Quei due piloti che in precedenza rappresentavano un passato glorioso della Formula Uno ma a me sconosciuto, sono diventati parte essenziale di me e della mia routine.



Non potevo farne a meno, ho iniziato a dedicarmi quasi esclusivamente a loro, arrivando a trascurare la Formula Uno odierna, al punto che mentre guardavo le gare dominate da Lewis Hamilton insieme alla sua Mercedes, riflettevo allo stesso tempo su come sarebbe stata la gara successiva che avrei guardato con Prost e Senna in pista, le eventuali emozioni che mi avrebbero continuato ad offrire, incurante del fatto che già conoscessi alla perfezione il risultato finale della gara.


Curiosamente, mentre ho cominciato io stesso a divinizzarli come chi già aveva avuto la fortuna di ammirarli, ho potuto anche conoscere l’altra faccia della medaglia, quella meno divina, perché alla fine, seppur speciali, stiamo comunque parlando di esseri umani. Ho visto i loro errori, in alcuni casi anche banali, le loro imperfezioni, i loro dubbi, la rabbia, l’insicurezza che attanagliavano persino loro, i migliori per distacco sul resto della griglia.


Impossibile non meravigliarsi dinanzi ad un Prost che la notte non dormiva per cercar di capire come Senna potesse stargli davanti in qualifica con quel distacco che spesso era fin troppo grande.


In particolare una volta in Belgio, a Spa-Francorchamps, una delle piste preferite del Professore, dove Ayrton riuscì ad essere ancora una volta più rapido di lui. Alain guardava le telemetrie, ma non si raccapezzava:


"Mi batta dove vuole, ma non qui!", avrebbe detto così a Jo Ramirez, mentre dall’altro lato del box Senna gongolava per esser riuscito a far scaturire quella reazione di frustrazione pura.


Ayrton dal canto suo dava importanza ad ogni minimo dettaglio per mantenersi motivato nella sua ossessiva missione di battere Alain.



Nel 1988, in occasione del Motor Show di Ginevra al quale presenziarono anche loro per sponsorizzare Honda, Prost invitò Senna a pranzo a casa sua, che si trovava non lontanissimo da lì. Per oltre due ore filate, Ayrton non pronunciò nemmeno una parola al suo compagno di squadra. Perché? Si, è una domanda che pose in seguito anche Prost ad un addetto della Honda, nonché suo confidente.


La risposta fu:


"Semplice, non ti ha rivolto la parola perché non vuole diventare tuo amico. Lui deve battagliare con te, quindi non può stringere un legame d’amicizia".


Quest’ossessione del brasiliano nei confronti di Prost era già palese nel 1984. Non parlo del già noto Gran Premio di Monaco di quella stagione, bensì del loro primo incontro in assoluto, avvenuto nella primavera di quello stesso anno, durante un’esibizione organizzata per la riapertura dello storico circuito del Nurburgring. Il caso vuole che fosse giusto Alain a dare uno strappo ad Ayrton dall’aeroporto fino al circuito.


Durante il tragitto i due chiacchierarono amabilmente.


Una circostanza che non si sarebbe più verificata per un bel po’.


La gara, corsa a bordo di Mercedes stradali, vide Senna buttare fuori con una sportellata Prost dopo appena mezzo giro percorso! Insomma, un inizio incoraggiante, il quale non fu altro che il preludio di ciò che sarebbe accaduto negli anni a venire.


"Perdere per lui era doloroso, ma ancor di più lo era perdere con me. Era la cosa peggiore che potesse capitargli. La motivazione che aveva nello starmi davanti era unica".


Prost sintetizza così, in poche parole ma più che sufficienti quello che era lo stato d’animo di Senna durante le loro battaglie.


"Quando mi ritirai parlammo della gara disputata in Giappone nel 1990, e Ayrton ammise, come d’altronde aveva fatto con la stampa e quindi pubblicamente, che la manovra fu compiuta con intenzionalità. Mi spiegò anche perché. Era furibondo con il presidente della FIA, Balestre, perché questi aveva manifestato il suo dissenso all’idea di cambiare l’ordine delle piazzole in griglia, così da permettergli di partire sulla sinistra. Mi disse che quella volta fu veramente deciso a buttarmi fuori perché osai andargli davanti".


"Quel che accadde in Giappone nel 1990 è qualcosa che non scorderò mai, perché non Ayrton soltanto era implicato nella vicenda. Alcuni della McLaren, o anche fra i dirigenti della FIA, moltissima gente, tifosi e stampa, tutti erano assolutamente d’accordo con quella sua manovra, ed era questo che non potevo accettare. A dire la verità dopo quell’accaduto, dopo quel finale di stagione, provavo una sensazione tale come se mi fossi ritirato dalle corse, come se negli anni a venire avesse corso solo la mia ombra. Come ho sempre ripetuto, non voleva battermi solamente, ma metaforicamente voleva annientarmi, umiliarmi, e questa era la sua più grande motivazione fin dal primo giorno".


"Già in quella gara esibizione della Mercedes nel lontano 1984, realizzai che non provava interesse nel battere un Alan Jones o un Keke Rosberg o qualcun altro a caso".


"Era me che voleva, solo Alain Prost, per qualche ragione che ignoro".


Uno degli elementi sul quale mi sono focalizzato maggiormente è stato cercare di immedesimarmi in chi assisteva alla loro rivalità, di comprendere nello specifico il motivo per cui Senna era il nome maggiormente invocato dagli appassionati, mentre Prost, come già accennato prima, era visto da gran parte del tifo come il cattivo della situazione, se mi passate l’espressione.


Sarà per una pura questione psicologica-personale, ovvero la mia tendenza a schierarmi dalla parte di chi viene martoriato dalla stampa, criticato dall’opinione pubblica, o in generale non è particolarmente amato da tutti, ma proprio per tal presupposto la mia preferenza si è spostata leggermente in favore di Prost.


E vi spiego perché.


Nonostante il voltafaccia della Honda nei suoi confronti, che si schierò senza troppi patemi al fianco di Senna, nonostante il potere mediatico acquisito dal brasiliano, ovviamente senza mai tralasciare il gran manico di cui quest’ultimo disponeva, Prost ha tenuto duro, non ha mollato la presa e quel Titolo nel 1989 se lo è andato a prendere con forza, anche grazie a quella manovra disperata di difesa, sporca o meno che sia, restituita con gli interessi l’anno successivo da Senna, in Giappone.



Come confermò apertamente durante una conversazione con Prost il presidente Honda, Nobuhiko Kawamoto, il costruttore nipponico scelse di appoggiare Senna per ragioni più semplici di quanto non potessero sembrare: Ayrton incarnava in tutto e per tutto lo spirito del samurai, del combattente che non molla mai fino alla fine, sempre aggressivo e spettacolare.


Prost aveva ereditato la leadership della McLaren da Niki Lauda; Senna era arrivato nel 1988 con l’intento di appropriarsene.


"Ho sempre pensato che Prost sia un pilota McLaren con un motore Honda, e Senna un pilota spinto dalla Honda su un telaio McLaren".


Una frase pronunciata da un dipendente dello staff tecnico del team, e che forse rispecchiava perfettamente la situazione.



Quelle imprese che non possono essere spiegate dalla logica, come tante delle sue Pole Position, su tutte quella storica di Monte Carlo nel 1988, o le sue partenze a fionda, con le quali lasciava interdetti i suoi avversari, Prost su tutti.


C’è un aspetto che però merita quantomeno la stessa attenzione tra le innumerevoli capacità possedute da Senna, e cioè la gran capacità di portare oltre il limite vetture che nel frattempo, guidate da altri piloti, faticavano ad entrare con costanza nella zona punti.


Emblematiche per me sono le stagioni in cui il dominio della McLaren è stato interrotto dall’astronave Williams, che rappresentano la piena maturazione dell’Ayrton pilota.


Probabilmente lo stesso non si può dire del Prost visto nel 1993. Dopo l’anno sabbatico trascorso in attesa di una vettura competitiva in seguito al disastroso 1991 con la Ferrari, Alain è tornato nel ‘93 firmando un contratto biennale con la Williams. Sebbene abbia stravinto il Mondiale e si sia reso protagonista di prestazioni straordinarie, che gli sono valse giustappunto il Titolo, queste sono state alternate ed oscurate, da qualche errore di troppo, che l’opinione pubblica non tardava ad evidenziare.


Prost non è più quello di una volta; Prost vince solo perché ha la macchina più veloce, sono solo alcune delle accuse lanciate nei suoi confronti, a mio parere, tutte ingiustificate.


Critiche che mi hanno riportato anche ai giorni nostri, dove troppo facilmente si tende a sminuire le imprese dei piloti, rei di vincere soltanto ed unicamente per la loro monoposto. Opinioni che lasciano il tempo che trovano, perché sin dalla nascita della Formula Uno, il team con la vettura più veloce va alla ricerca del pilota più veloce.



Quindi, è una logica conseguenza aver visto Senna e Prost al volante di quella straordinaria McLaren motorizzata Honda, o lo stesso Alain esser scelto dalla Williams per poter continuare a dominare al posto di Mansell. Stesso dicasi per il Kaiser Michael Schumacher negli anni di dominio Ferrari, fino ad arrivare alla Mercedes dell’era ibrida che puntò su Lewis Hamilton per dar vita alla sua dittatura incontrastata. Tutti questi piloti sono stati, e sono, i migliori della loro epoca, a prescindere dal fatto che ciò possa piacere o no ai loro detrattori, del passato e del presente.


Spetta poi al team stesso valutare il da farsi, se affiancare al campione un’altra prima punta, come decise di procedere la McLaren nell’88, o virare per uno scudiero, come fu Gerhard Berger successivamente, o per fare un salto ancora ai giorni nostri, i Rubens Barrichello in Ferrari o i Mark Webber in Red Bull.


Venire a conoscenza del fatto che fu lo stesso Prost a consigliare l’ingaggio di Senna come suo compagno di squadra, virando su un pilota giovane e promettente piuttosto che sul veterano Nelson Piquet, mi ha strappato un sorriso beffardo. Pensate se Alain avesse deciso diversamente (e avrebbe potuto farlo, vista la sua posizione all’interno del team in quel periodo), e si fosse opposto all’arrivo di Senna. Forse ora staremmo qui a parlare d’altro, oppure questa magnifica rivalità si sarebbe solo sviluppata con leggero ritardo, chi può dirlo.


“Oggi se ci ripenso non posso fare a meno di dire...Oh mio Dio, ma perché abbiamo fatto questo? Perché ci siamo lasciati andare cosi? Delle volte mi è sembrato di vivere un incubo. Forse perché eravamo due piloti di vertice, ed era inevitabile che ci fossero degli screzi tra noi, la voglia di primeggiare. La competizione ti porta ad essere ciechi, a non guardare in faccia nessuno, ma nonostante questo abbiamo esagerato. La pressione era abbastanza alta, forse anche troppo".


"A pensarci su, con un po’ di immaginazione, se solo avessimo avuto la possibilità di ritornare all’inizio e fare tutto di nuovo da capo, penso che avrei parlato ad Ayrton pressapoco cosi: Guarda, siamo i migliori, possiamo dare la paga a tutti se solo lo volessimo".


"Anche se le cose sono andate diversamente è stata comunque un’era leggendaria, non trovate? Così è la vita. A distanza di anni da allora, un po’ possiamo anche rimpiangere quei tempi ormai andati per sempre".


"Oggi nessuno pronuncia il nome di Ayrton senza dire anche il mio, e allo stesso tempo nessuno può parlare di me senza fare il nome di Ayrton".


Non preoccuparti Alain, il paradosso della vita vuole che siano proprio le imperfezioni che ne fanno parte a renderla perfetta. Ciò vale anche per la vostra rivalità, ricca di imperfezioni, se così vogliamo chiamarle, ma che l’hanno resa la storia più bella e avvincente che la Formula Uno possa vantare.


Sì, rimpiangiamo e ricordiamo i tempi andati per sempre, ma forse il bello è proprio questo, no?


Davide Scotto di Vetta

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