A Lorenzo Bandini, il signore dell'automobilismo italiano

Aggiornato il: mag 16


Lorenzo Bandini

Chiedi a Margherita, degli anni di vita che non avrebbe potuto contare nelle tasche di ogni tuta di Lorenzo che ha conservato, lei che in tuta se lo vide davanti bambina, la prima volta che quel ragazzo bello come gli attori delle commedie popolari le sorrise, nell’officina del padre di lei.


Chiedile dei giri che ancora mancavano alla fatica che si stava mangiando Lorenzo con la baia sullo sfondo, mentre la scintilla rossa si rifletteva a ogni passaggio sulle lenti scure delle attrici dal viso incorniciato dai foulard.


Chiedi a Margherita perché quel bel dipendente del suo papà le sembrò subito antipatico, quando se lo vide davanti, pelle chiara e capelli scuri.


Perché a ogni giro Margherita potrebbe raccontarti dove nascondeva un bacio per Lorenzo, ogni volta che i suoi le rimproveravano di far tardi, fino a qualche giorno prima del matrimonio. Perché quell’amore in Lorenzo era germogliato subito e a farlo crescere era stata la pazienza di lui, nell’attesa che anche lei se ne accorgesse.


Nell’officina milanese di Goliardo Freddi, papà di Margherita, reggiolese come lui, Lorenzo cominciò come aiutante meccanico e guardiano notturno; dormiva spesso sui sedili posteriori delle auto più comode parcheggiate in garage e nonostante questo riusciva sempre ad apparire in ordine, senza un capello fuori posto, come se fosse sempre sul punto di farsi scattare una fotografia.


Lorenzo Bandini

E allora chiedi a Lorenzo, della sua tuta sempre immacolata, di come sembrassero sempre nuove le sue scarpe da pilota. Da pilota, sì, quello che nel frattempo era diventato, col talento e l’orgoglio di chi può contare soltanto su se stesso, senza un papà ricco che possa finanziarne i capricci, o le velleità. Senza un papà, in assoluto, ché il suo era stato giustiziato dai partigiani, appena aveva riportato la famiglia in Italia: era nato a Barce Lorenzo Bandini, in quel sobborgo di Tripoli, nella Libia all’epoca italiana, dove il genitore aveva impiantato la sua attività commerciale. Iscritto al Partito Fascista, suo padre, per convenienza o per convinzione, in un’Italia sempre più spaccata, sempre più smarrita. Ecco perché Reggiolo, dove sua madre reinventò la vita per se stessa e per i figli, all’ombra della ricostruzione e nei chiaroscuri dei conti ora più stringenti, da far quadrare e da stringere come i bulloni che ben presto Lorenzo avrebbe imparato a stringere da giovane praticante nelle prime officine che che furono il suo nido, prima del trasferimento in Lombardia.


L'arrivo in parata delle Ferrari al traguardo del GP di Daytona

Chiedi a Lorenzo cosa si provi ad arrivare in parata a Daytona, con le Ferrari al centro del mondo e la parabolica che sembra quasi attorcigliarsi su se stessa per inchinarsi al passaggio del Cavallino. E quotidiani e periodici statunitensi scoprono un pilota italiano bello e fascinoso come gli interpreti latini del cinema, adatto ai rotocalchi e alle pose da divo.


Perché nel frattempo gli anni sono andati di corsa, pochi ma veloci, fino a un 1967 che distilla promesse, oltre che premesse.


Le prime corse in salita, con le auto dei clienti appositamente modificate per le domeniche da devolvere alla passione; poi la Formula Junior, primo passaporto per gareggiare all’estero. Veloce e affidabile, il bel pilota italiano.


Chiedi a Margherita con quanta attenzione dovette stirare quella tuta, per farla apparire impeccabile, per quel primo Gran Premio, quello di Pau del 1961, uno dei tanti non valevoli per la classifica mondiale ma il primo di Lorenzo in Formula Uno, nell’abitacolo della Maserati 250 F della Scuderia Centro-Sud di Mimmo Dei, uno dei munifici, appassionati e visionari patron di un’epoca in cui accanto ai grandi marchi gareggiavano scuderie private che utilizzavano vetture di altre case. Per l’occasione Lorenzo comprò un casco grigio argento, scintillante come il futuro che cominciava a meritare.

Perché oscilliamo tra il presente della storia e il passato remoto, che restituisce a tratti la distanza del tempo trascorso? Perché appaiono in  foto sbiadite e al tempo stesso sembrano essere ancora qua, ogni volta che si accende il motore dei racconti, i grandi piloti.


I grandi piloti: Lorenzo si avviava a diventarlo, dopo quella prima bandiera a scacchi sotto la quale fu preceduto da due sole vetture. A vincere fu una Lotus verde tagliata in senso longitudinale da una banda gialla. La guidava un certo Jim Clark.


Lorenzo Bandini al GP di Monaco 1967

Chiedi a Lorenzo, cos’abbia da chiedere alla macchina, oggi, 7 maggio 1967. Montecarlo, la pista che non c’è, che dopo il suo fine settimana più esclusivo tornerà a non esserci, tra rotonde e sensi alternati. E al tempo stesso il circuito più celebre al mondo, celebrazione mondana della Formula Uno e sua negazione, al tempo stesso.




Chiedi a Lorenzo quanto ci abbia messo a entrare davvero nelle grazie del Vecchio, che è cosa ben diversa dal guidare le sue macchine. Tutte le sue macchine, non solo le monoposto della massima formula. Altrimenti non avrebbe trionfato a Daytona. Dev’essere per questo che ha sempre pronti due borsoni, ordinati e impeccabili: uno con l’abbigliamento per la Formula Uno, l’altro per le gare di durata.


Per Montecarlo ha ordinato un casco nuovo, bianco e rosso, intonato alla Ferrari 312 e al grande numero bianco, il diciotto, che campeggia sul musetto e sulle fiancate. Le Formula Uno degli anni sessanta sono siluri senza ancora alcuna appendice aerodinamica; squali senza pinne, a volte carlinghe di morte senza ali, in bilico su trampoli di sospensioni. Mentre il pilota le chiede di mangiare la strada, la macchina lo divora, in un bagno di sudore che conficca chiodi nel collo e nelle spalle, che appanna l’orizzonte, mentre vesciche germogliano sul palmo della mano destra a ogni cambiata frenetica.


E a Montecarlo ogni cosa è di più, come un cruciverba che per ogni casella ti obbliga a sentire il giusto rumore dei pistoni; con le chicane che sanno essere morbide come i fianchi di una donna, fino a che non si trasformano nella corda tesa e invisibile d’uno sgambetto.


Lorenzo Bandini a Monaco

Chiedi a Lorenzo, quanto sia importante vincere il Gran Premio per confermarsi prima guida e contare sull’appoggio del suo compagno di scuderia, Chris Amon, quello con la fidanzata bionda che assomiglia a Brigitte Bardot, che il Vecchio chiama Bambolina. 

Anche perché per l’indomani, da vincitore di Montecarlo, è già pronto l’altro borsone per volare a Indianapolis.


Come se fosse tutto calcolato in una vita dove troveremo sempre una macchia d’olio da qualche parte, lasciata dal motore di qualcun altro e sulla quale la nostra storia si trova a poggiare le ruote, prima o poi: quando gli pneumatici della Ferrari 312 trovano l’olio lasciato da Jack Brabham, Lorenzo perde la prima posizione a vantaggio di Hulme e Stewart. Poi si ritira, lo scozzese e La Ferrari numero diciotto si lancia all’inseguimento della Brabham di Hulme, quasi imprendibile. Quasi, perché Lorenzo spende tutto se stesso per andarsi a prendere ciò che in cuor suo gli spetta: non solo la vittoria sotto gli occhi dei principi; soprattutto il passaggio della linea d’ombra definitiva della sua carriera, quella oltre la quale potrà essere definito un fuoriclasse, da campione qual è già considerato.


Cento giri totali: la mattanza del Principato.


Il caldo del motore alle spalle, il sole che picchia sui grandi occhiali, i muscoli che quasi vanno in frantumi per trattenere, come in nessun altro circuito al mondo, le briglie di tutti quei cavalli. La monoposto ti mangia una staccata alla volta, mentre sei nel limbo del secondo posto, con l’avversario sempre a vista ma con i suoi tubi di scarico che non diventano più grandi, davanti al musetto rosso, intonato alla grande striscia del

casco nuovo.


Lorenzo Bandini, Monaco 1967

Al passaggio sul traguardo del giro numero ottantadue, Lorenzo rivolge un gesto ai box e contemporaneamente anche se stesso; forse infine pure al cielo sopra la baia, che dovrebbe avere più rispetto per i suoi meriti: allarga le braccia, come a significare che alla Ferrari non può chiedere di più, mentre a se stesso ha già chiesto troppo.



In uno scatto fotografico colto nel giro successivo e tenuto celato per anni, si vede nitidamente che ha  gli occhi chiusi, per la spossatezza.


Chiedi al cielo di Montecarlo, di quando la colonna di fumo nero si erge fino quasi a sporcare le nuvole, bianche come l’altra metà del casco di Lorenzo, l’unica cosa che il fuoco sia riuscito a rispettare, quando le balle di paglia delle protezioni hanno ricevuto l’abbraccio soffocante della benzina.


Chiedi a Margherita, una volta ancora, come abbia fatto a cancellare tutta una vita vissuta prima di una chicane, come a ogni giro cancellava le cifre dei tempi di Lorenzo scritte col gesso sulla lavagnetta scura che lei teneva in mano, sempre sorridendo e sperando. Chiedile di un dottore che le disse che come medico aveva fatto il possibile, ma come uomo si era subito augurato che Lorenzo non sopravvivesse.


Resta un cambio innestato in quinta marcia, quella sbagliata, nello scheletro di una Ferrari che avrebbe ancora potuto farcela, se il cielo di Montecarlo avesse almeno continuato a farsi i fatti suoi.


E chiedi a Margherita, un’ultima volta, come resti sospeso il cuore di una sposa quando conta i giri, nell’attesa di riprendere il suo battito al passaggio d’una macchina rossa.


Paolo Marcacci

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