#9 1953: Gran Premio di Svizzera, Nuvolari si spegne a Mantova, Ascari vince ed è Campione del Mondo



Il Gran Premio di Svizzera solitamente apriva le danze del campionato del mondo, ma quest’anno, per tentare di evitare condizioni climatiche avverse, viene spostato e disputato il 23 Agosto 1953, sul circuito di Bremgarten.


Per questa edizione, vengono effettuati diversi miglioramenti. Dopo l'amara esperienza dell'anno precedente, sollecitati dalle autorità e dall'opinione pubblica, gli organizzatori hanno provveduto ad effettuare qualche miglioramento del circuito per limitarne la pericolosità: molti alberi al margine della pista sono stati tagliati, affinché le macchine in eventuali uscite di strada non debbano scontrarsi contro il tremendo ostacolo dei tronchi, e il fondo stradale viene rifatto, eliminando alcune insidiose contro-pendenze in curva, ma purtroppo le varie competizioni che hanno preceduto questo appuntamento hanno vanificato una buona parte di modifiche.


A questo appuntamento il mondo sportivo giunge in lutto, dato che martedì 11 Agosto 1953, alle ore 6:50, nella sua villa di via delle Rimembranze a Mantova, si spegne il più popolare corridore di tutti i tempi, Tazio Nuvolari.


Se l'automobilismo dell'età eroica, conclusa con la prima guerra mondiale, porta il nome dei numerosi pionieri che furono ad un tempo corridori, meccanici, collaudatori e, sotto un certo aspetto, missionari di un verbo ancor ostico alle folle, se lo sport del motore nell'ultimo dopoguerra ha affiancato ai nomi di illustri superstiti quelli di giovani valorosi, moltiplicando e allargando simpatie, scuole, stili e fonti di popolarità, l'automobilismo del ventennio tra le due guerre porta un nome solo: Nuvolari.


Il primo telegramma di condoglianze per la morte di Tazio Nuvolari è quello di Coppi; poi ne giungono a fasci. Il referto medico attribuisce la causa è relativa ad una cardiopatia, ossia mal di cuore, il cui episodio finale è stato una bronco-polmonite.

La scomparsa giunge a seguito di una lunga degenza.


Tazio, infatti, soffriva già da qualche tempo per forti disturbi causati ai polmoni dai gas di scarico delle macchine da corsa. Nell'Agosto del 1951 volle provare di nuovo le proprie forze e si iscrisse al Trofeo del Daily Express, in Inghilterra. Nivola scese in pista per gli allenamenti, ma poco prima della gara si sentì male e non poté prendere il via. Era veramente la fine di una carriera durata trent'anni, costellata di novantuno vittorie: poco meno di trentina come guidatore motociclista e circa settanta nell'automobilismo.


Nell'estate del 1951 la sua salute subì un grave colpo: era un caldo pomeriggio di Giugno, quando Nuvolari, tornando a Mantova in automobile da Roma insieme ad un amico, il signor Carlo Viani d'un tratto, fra Cesena e Forlì, ebbe un collasso: la parte destra del corpo, dalla gamba al viso, era diventata inerte, e semi-paralizzata.


Nuvolari implorò che l'amico non si fermasse, che non lo portasse in un ospedale:


"Conducimi a casa, anche se dovessi morire lungo il viaggio".


Nuvolari amava molto la sua grande e bella casa; lui stesso sceglieva i mobili, gli arredamenti, e ci viveva assieme alla moglie, Perina Carolina, e la sorella Artura (un'altra sorella, Maria, abita a Torino).


Da allora le condizioni di Nuvolari ebbero alterne vicende.


L'affettuosa assistenza della moglie e della sorella, così come le cure dei medici, gli furono di grande giovamento. Tazio tornò a guidare la macchina in brevi passeggiate, con somma cautela, ma un nuovo attacco troncò le ultime speranze ed aggravò la paralisi. Eppure egli pensava ancora alla grande passione della sua vita, l'automobilismo, tanto è vero che un amico era andato a visitarlo, e lui lo pregò di rinnovargli la tessera dell'ACI. L'agonia è stata lenta e lunga.


Il giovedì antecedente la scomparsa, Tazio chiamò vicino a sé la sorella per una carezza sul viso. La moglie passerà i successivi giorni e le notti al capezzale del mantovano volante, mentre lui la fissa con uno sguardo pieno di amore e di riconoscenza per la felicità coniugale che gli aveva dato nei trentacinque anni del loro matrimonio.


Quando cominciò a mormorare Mamma... Mamma come fanno tutti i moribondi, si capì che le sue sofferenze erano ormai finite. Tazio ha voluto i conforti della religione, poiché in vita era stato buon credente. I funerali avranno luogo giovedì 13 Agosto 1953, alle ore 9:00, a spese del Municipio, e la salma verrà tumulata nella cappella di famiglia, dove tutto attorno è allineata, in più file, una imponente serie di coppe e trofei.


Questa confidenza con le ferite e con il dolore fisico l'aveva acquistata fin da bambino.


La prima frattura la prova a cinque anni: gli piace farsi trascinare, attaccato per la coda, dal morello Toni, fino al giorno in cui il puledro si arrabbia e gli sferra un forte calcio ad una gamba.


Ginocchio spezzato.


Tazio rimane a letto qualche giorno. Poi, approfittando di un'ora di disattenzione della madre, scende saltellando, si appoggia alle minuscole grucce che gli avevano preparato, e va a trovare i suoi piccoli amici nella piazza del paese natale di Castel d'Ario, prima di ritornare a letto tranquillo, obbediente: l'importante era esserci riuscito.


Al padre e allo zio, bravi corridori ciclisti, entrambi e pionieri dello sport velocipedistico, questo gesto non dispiace. Per questo, a sei anni i due gli regalarono una bicicletta, con cui Tazio si divertirà a fare le discese con i piedi appoggiati sul manubrio e le mani in tasca, fischiettando. A tredici anni padre e zio gli lasciano provare la prima motocicletta: le prime galoppate sulle strade mantovane, un mare di polvere, costellato dagli scogli delle buche, gli valgono dai buoni villici l'appellativo di figlio del diavolo.


A dieci anni il padre lo porterà a vedere una corsa automobilistica a Brescia; è in questa occasione che, davanti al bolidi che sfrecciano a sessanta chilometri all'ora, il ragazzino scopre la sua vocazione. Non tutti, però, sono convinti che sarebbe stato un bravo pilota. Un generale dell'esercito, per esempio, sarà di parere contrario. Nella prima guerra mondiale, Tazio serve come conducente di autoambulanza, e tre bombe, con la solita fortuna, lo mancano di misura. Un giorno deve prendere a bordo un generale, la cui macchina è rimasta in panne; ma ad una curva i freni si spezzano e ambulanza, generale e autista...vanno in campagna: lui dice così, quando finisce nei prati al margine di una pista.


"Come ti chiami?"


Interroga severissimo l'alto ufficiale appena rimessosi in piedi.


"Soldato Tazio Nuvolari".


La risposta arriva perentoria:

"Bene, i feriti portali a mano. E adagio. Non sei fatto per guidare".


E Tazio dovette rispondere signor sì a questo consiglio-profezia, ma poco tempo dopo, la sua fama di diavolo volante diverrà universale.


A Monza, con la Bianchi 350, contro la formidabile coalizione Internazionale delle 500, orizzontale e stecchito dalle ingessature d'un guaio fresco, legato alla moto per resistere ai sobbalzi, giunge primo assoluto tra un delirio d'applausi. La sua carriera è sintetizzata in questo episodio, ripetuto con impreviste varianti le decine dì volte, sino all'ultima corsa al circuito di Torino, quando gira a tempo di primato dopo aver gettato al box il volante sfilatosi, tenendo la guida per il tubo del piantone, o come quando, nel 1927, corre il Gran Premio motociclistico di Stoccarda pur non conoscendo il percorso, poiché, per una serie di contrattempi, è giunto sul circuito poche ore prima del via, appena in tempo per compiere una ricognizione superficiale in automobile.


Tazio incomincia prudente, per studiare come marciano gli altri concorrenti; poi accelera e passa in testa. Ma una nebbia pesante è scesa sul difficile anello; alcuni avevano abbandonato, altri continuavano a girare, e Nivola, logicamente, è fra questi. Ad un tratto, nella nebbia sempre più fitta, Tazio non vede una freccia indicatrice, sbaglia la curva e va in campagna.

Nivola viene portato svenuto all'ospedale: commozione cerebrale, ferite multiple, immobilità assoluta per trenta giorni. Ma l'incidente pare ancor più grave, e il telegrafo annuncia, ai giornali e alla Casa Bianchi, che Tazio è perito. Zambrini fa dunque partire un suo uomo per Stoccarda, a predisporre i funerali, ma al confine l'inviato della Bianchi ha la sorpresa di incrociare sull'altro treno l'asso mantovano che sta tornando in Italia.


Che era successo?


Alle tre di notte Tazio si era svegliato e si era guardato attorno, accorgendosi di essere in ospedale.

Non gli piaceva.

Fece venire prima le suore sgomente, poi i medici atterriti, quindi si vestì e si mise in treno. Giunto a Milano protestò presso la sua Casa:

"Troppa fretta, Zambrini, a darmi per morto. Quando dicono che Nuvolari è cadavere, attendete sempre tre giorni. Non si sa mai".


Anche i tecnici, però, ad un certo punto della sua carriera lo danno per finito. Nel 1929 ha vinto una gara sola, in motocicletta, sul circuito del Lario, mentre con le monoposto non è riuscito a piazzarsi nemmeno una volta, pur mettendo fuori uso parecchie automobili. Ha già trentasette anni, e molti dicono che si è bruciato.

Non lo conoscono bene.


I tecnici dell'Alfa mostrano, invece, fiducia nell'uomo che aveva portato al trionfo tante volte la Bianchi, e gli affidano la loro macchina più bella.


Nivola, dal canto suo, preparò una sensazionale rivincita per la Mille Miglia del 1930.


Ha la fortuna di prendere il via dieci minuti dopo il grande rivale Varzi. A Bologna è primo, a Roma ancora primo, ma a Terni Varzi passa in testa. Tazio non molla, e da Ancona a Bologna strappa sette minuti all'avversario; prima di Peschiera lo ha quasi raggiunto. Allora vuole compiere uno di quei gesti alla Nuvolari, che entusiasmano.


Tazio si accoda alla macchina del rivale, rallenta un poco e spegne i fari. E' scesa la notte; Varzi non si accorge di nulla. A un certo punto, con un colpo di acceleratore e un più secco colpo di clacson, Nuvolari si porta a fianco di Achille, lo saluta con un gesto della mano, riaccende i fari e vola solo verso il traguardo. Aveva divorato, chilometri e chilometri di strada, a 130 km/h di media, senza un filo di luce, per il gusto di giocare di sorpresa il grande avversario.


Nel 1932, Tazio si allinea al Circuito dell'Avrus con una gamba ingessata, infilata in un tubo di alluminio; si era fatto adattare i comandi della macchina per poter pilotare con un piede solo. Pochi giorni prima, ad Alessandria, era andato fuori strada per una collisione con Trossi e si era ferito; ma non bastava un incidente così banale per tenerlo lontano da una gara.


Ma ancora più clamorosa sarà la gara disputata in Germania, nel 1935, quando Nuvolari umilierà Hadolf Hitler.


Si corre al Nordschleife, ventidue giri per un totale di 502 chilometri. Hitler, volenteroso di mostrare al mondo la superiorità della tecnologia tedesca anche nell'ambito automobilistico, ordina che le Avio Union (un gruppo industriale automobilistico, nato dall'unione delle quattro case automobilistiche tedesche DKW, Audi, Horch e Wanderer; tale gruppo fu fondato nel 1932 a Chemnitz, Sassonia per fare fronte alla Grande depressione) e le Mercedes, tecnologicamente all'avanguardia, corressero in questa importante occasione sportiva, contro avversari di gran lunga meno competitivi, come ad esempio la Scuderia Ferrari che per quel Gran Premio schiera tre vecchie Alfa Romeo P3B, una di queste guidata dall'inossidabile Tazio Nuvolari.


Al termine delle qualifiche, tutto va come previsto: le due Mercedes conquistano la prima fila, ed il direttore sportivo della casa tedesca esclama:


"Nuvolari è il passato, le auto tedesche del Fuhrer il futuro".


I trecentomila spettatori accorsi lungo il circuito non aspettano altro, se non la vittoria trionfale delle auto tedesche. Tuttavia, a non credere a questa possibilità è proprio Tazio Nuvolari, che prima di iniziare il Gran Premio chiede e pretende di poter avere una bandiera tricolore perché si sente la possibilità di poter vincere dinnanzi al Fuhrer, anch'egli accorso al circuito per vedere la superiorità delle sue auto sul resto della concorrenza.


Tuttavia, allo start le Mercedes iniziano la loro fuga e il pubblico scoppia in un orgoglioso ed entusiasta festeggiamento per i loro beniamini. Ma la Nordschleife è una pista lunga e infida; così, solo dopo due giri, una delle Mercedes sbanda piegando un cerchio. Gara finita. Nuvolari passa al secondo posto e inizia una furiosa rimonta fino a che, con temeraria caparbia, al decimo giro riesce a balzare al primo posto.


Ma i ventitré chilometri del Ring non risparmiano certo le gomme, ed è quindi necessaria la tappa ai box il giro successivo. Purtroppo, però, la situazione ai box è frenetica, poiché i meccanici sono nervosi e le operazioni di routine non si svolgono in modo corretto: quest'ultimi rompono il bocchettone per il rifornimento, dovendo così travasare la benzina con un secchio.


A causa di ciò, Nuvolari rientra in pista al sesto posto.


E' così che il mantovano volante rincomincia la rimonta, recupera e supera i suoi avversari resi impotenti dalla sua superiorità. Dopo pochi giri, Nuvolari si riporta in seconda posizione, e inizia l'inseguimento alla vettura di testa, nonostante dai box gli indicassero di rallentare per non portare a un'eccessiva usura i componenti le meccaniche, che sono spesso soggette a rotture improvvise.


Nel frattempo, dai box indicano al pilota in testa che Nuvolari si trova nuovamente dietro di lui: un errore madornale.


Il pilota di testa subisce un crollo psicologico, scoprendo che Nuvolari è dietro di lui, e inizia a sbagliare favorendo così la rincorsa del mantovano volante. Quando mancano undici chilometri al traguardo, solo mezzo giro, Nuvolari è distante ventiquattro secondi dal pilota di testa.


Ma ecco che succede l'irreparabile.


La frenesia del pilota di testa porta a un'usura eccessiva dei pneumatici che, rimasti sulle tele, a pochi chilometri dal traguardo esplodono.


Nuvolari taglia dunque il traguardo al primo posto, dinnanzi a Hitler, infuriato.


Terminata la corsa, gli organizzatori tentano in ogni modo di cambiare l’arrivo, poiché convinti che Nuvolari fosse stato doppiato, ma il verdetto è inconfutabile: Tazio Nuvolari è il vincitore del Gran Premio di Germania.


Successivamente, il mantovano volante invita gli organizzatori a issare sul pennone la bandiera che si era portato con sé durante la corsa, e festeggia la vittoria dinnanzi al pubblico tedesco.


"Quel giorno vinse l'Italia".


Dirà Nuvolari, con coraggio.


Non c'è Gran Premio d'Italia, Germania, Francia, Belgio, Tunisia, Ungheria, Jugoslavia che non registri nella sua storia un successo almeno di Nuvolari. Sarà proclamato campione assoluto d'Italia negli anni 1932, 1935 e 1936, vincerà la corsa su strada delle Mille Miglia nel 1930 e 1933, ed invitato a gareggiare a New York nella Coppa Vanderbilt del 1936, quasi ridicolizzerà i più famosi assi americani.


Ma se in pista Tazio era ritenuto il figlio del diavolo, nella vita privata era molto pacifico; soltanto quando udiva un rombo di motore da corsa si trasfigurava


Tazio giungeva a Torino di quando in quando per trovare la sorella Maria, che ha avuto la tragica notizia in Val d'Aosta e che ha subito raggiunto Mantova per assistere ai funerali.


L'ultima volta che è ospite a Torino in veste di corridore, è nel 1950. La casa Abarth gli prepara una 1100 speciale per il Giro della Sicilia: Tazio Nuvolari trascorre all'ombra della Mole circa quindici giorni. Tanto tempo occorre per accontentarlo, lui che pareva così schivo di attenzioni per i bolidi che gli affidavano, in tutti i particolari.


Alla Abarth ricordano ancora quanto tempo ci vuole perché il seggiolino fosse in ordine; Tazio si interessa persino della gommapiuma impiegata nell'imbottitura.


Successivamente, partecipa al Giro di Sicilia, ma dopo un centinaio di chilometri è messo fuori gara da un banale incidente. La settimana dopo, il 10 Aprile 1950, si iscrive nella gara in salita Palermo-Monte Pellegrino, e con l'argenteo bolide prodotto dall'artigianato torinese, si classifica primo assoluto. E' questa l'ultima corsa di Tazio Nuvolari.


Il destino che ha piegato il cavaliere dell'audacia lontano dal campo di battaglia, vuole che la carriera di Tazio finisse con una vittoria.

Solo il dono di D'Annunzio spicca sulla tenuta da corsa. La salma è, infatti, vestita con una tenuta da corsa: casco di tela, maglietta gialla con le iniziali T. N. e una minuscola tartaruga in metallo puntata sul petto, pantaloni blu da pilota. La prima volta che indossò quella sua maglia gialla, i suoi colleghi gli dissero che assomigliava a un canarino. Tazio non se ne ebbe a male, e rispose argutamente:

"Quanto un canarino che farà sentire il suo canto".


Il poeta volle conoscere Nuvolari, lo invitò al Vittoriale e, congedandolo, gli regalò una tartaruga d'oro. Da allora, questo piccolo simbolo divenne il distintivo personale del campione. Un ritratto di Gabriele d'Annunzio reca questa dedica autografa:


"A Tazio Nuvolari del buon sangue mantovano, che nella tradizione della sua razza congiunge il coraggio alla poesia, la più tranquilla potenza tecnica al più disperato rischio, ed infine la vita alla morte, nel cammino della vittoria".


Tutti i grandi personaggi dello sport automobilistico affluiscono a Mantova per i funerali di Tazio Nuvolari. Tra questi, il commendatore Castagneto, Compagnoni, e Alfonso Nini, rievocano, durante la sera dell'11 Agosto 1953, la straordinaria vita di Nuvolari, raccontandone ai giornalisti le imprese più famose, con commozione.

"Era un temperamento chiuso, riservato, quasi timido. Sembrava che non sapesse dire due parole. Ma si trattava soltanto di modestia. Alla fine del banchetto per festeggiare la prima Mille Miglia a Brescia, Tazio si alzò in piedi, e tra la sorpresa generale tenne un discorso. Rimasero tutti a bocca aperta. Nuvolari parlò dell'automobilismo con acuta chiarezza di idee, con fervore e usando immagini ed espressioni bellissime".


Racconta Castagneto, il notissimo organizzatore della Mille Miglia, mentre Decimo Compagnoni, che fu il meccanico dell'asso mantovano nella vittoriosa Mille Miglia del 1933, spiega le doti di Tazio come pilota:


"Non si risparmiava mai, né dava respiro alla macchina. La sua caratteristica era l'insistenza. Gli altri guidatori, anche gli assi più bravi, forzano il motore soltanto in un determinato momento della corsa quando sferrano contro gli avversari l'attacco decisivo. E allorché sono in testa e sicuri ormai di vincere, non chiedono alla loro vettura più del necessario. Questa tattica per Nuvolari era inconcepibile. Andava sempre più forte, anche senza necessità. Non correva per vincere, non si contentava di distaccare i suoi rivali. Correva contro il tempo, contro i record".


"C'era da aver timore ad andare in macchina con un pilota cosi temerario. Io lo conoscevo perfettamente, e non ho mai avuto paura con lui. Non era un esaltato, bensì un grande innamorato dello sport. Dominava i bolidi da corsa usando ogni arte: la brusca sterzata o un magico tocco al volante, il colpo d'occhio infallibile. Abbordava una curva in cento modi diversi, a suo piacimento. Dall'automobile otteneva tutto. Nel circuito di Torino gli si sfilò il volante e lui andò avanti per un pezzo guidando non si sa come, in quell'episodio c'era tutto Nuvolari".


Alfonso Nini, un altro fedelissimo di Nuvolari, ricorda i grandi duelli fra Tazio e Achille Varzi. Erano due temperamenti opposti: Varzi aveva uno stile esatto, meditato; sembravano uno la contraddizione dell'altro. Dalla loro rivalità, le cronache sportive ebbero fremiti che eccitarono le folle. Nuvolari e Varzi, in corsa, erano accaniti nemici:


"E chi era il suo migliore amico? Era Varzi. si stimavano a vicenda e si volevano bene. Avevano quasi bisogno di questo antagonismo che li teneva sempre in ansia e che dava alla loro attività sportiva, alla loro resistenza il tono di una continua disfida tra paladini".


Racconta Alfonso Nini, mentre sul tavolo, nella sala accanto alla camera ardente, il mucchio dei telegrammi di condoglianze giunti da ogni dove si ingrossa a vista d'occhio.


Ogni tanto una macchina si ferma davanti al cancello, da cui scendono persone con il viso triste, e con gli occhi rossi di pianto. L'avvocato Emilio Fario, delegato provinciale del C.O.N.I. ed esecutore testamentario, riceve gli ospiti e li accompagna a visitare la salma.


Valerio Riva, il non dimenticato motociclista che nel 1925 era nell'equipe della Bianchi assieme a Nuvolari, ricorda l'audacia di Tazio e rivede nella sua mente l'incidente che tolse al compagno ed avversario la vittoria nel circuito di Stupinigi del 1928:


"In rettilineo gli volò via una ruota, ma come spesso doveva poi accadere in moltissime occasioni quel diavolo se la cavò quasi incolume. Amava Torino perché era una città tranquilla e lo lasciava gironzolare in pace per le sue belle ed ordinate strade".


Raggiunto dalla notizia, Alberto Ascari, con la voce che si fa tremante e quasi singhiozzante, racconta questo aneddoto:

"Nuvolari è scomparso? Mio caro Nuvolari, Idolo della mia giovinezza. Di lui ricordo come fosse oggi una popolarissima Mille Miglia. Eravamo, se non erro, nel 1948, e Tazio fu in quell'occasione il grande animatore della gara. Era arrivato il sabato mattina a Brescia e cercava una macchina. Difficile trovarla. Guai se mia moglie sapesse, raccontava a coloro che lo attorniavano, che avevo Intenzione di correre. Non mi avrebbe lasciato venire certamente qui, per la più bella corsa del mondo. Le avevo detto una piccola grande bugia: che andavo a vedere la partenza della Mille Miglia e a salutare vecchi e nuovi amici. Ora che ci sono vorrei una macchina, vorrei correre anch'Io. Alcuni rappresentanti di Case si dichiararono felici di cedere a Nuvolari una vettura, ma a pagamento".


"Ma Enzo Ferrari, che assisteva al dialogo, comprese al volo il dramma di Nuvolari: se lo prese sotto braccio e la macchina saltò fuori gratuitamente".


"Al mattino della domenica, quando la signora Nuvolari aprì la radio e sentì che attraverso mezza Italia suo marito era primo con quasi trenta minuti su Biondetti che doveva poi vincere la corsa, apriti cielo. Ma poco dopo il colpo di scena: a Reggio Emilia Tazio Nuvolari, senza seggiolino, senza cofano, con una macchina che perdeva pezzi, era costretto, per la rottura del perno di una balestra posteriore, a ritirarsi nei pressi di Villa Ospizio. Solo allora la signora Nuvolari si tranquillizzò".


La scomparsa di Nuvolari trova il pilota torinese Giuseppe Farina sul piede di partenza per l'Inghilterra, dove sabato parteciperà ad una gara a formula libera a Chartehalle:


"Mi spiace molto non poter partecipare ai funerali del povero Tazio. Non posso rinunciare alla corsa britannica; invierò una corona di fiori. Al ritorno andrò a salutare li grande campione sulla sua tomba. Tazio era per me un maestro ed un amico. Quando nel 1934 entrai a far parte della scuderia dell'Alfa Romeo trovai in lui un saggio consigliere, un fratello. Andammo quell'anno o l'anno dopo, non ricordo bene, al Nurburgring. Io non conoscevo il percorso, e Tazio mi invitò a stargli dietro: mi avrebbe fatto da battistrada. Una parola, seguirlo. Spingevo al massimo e ad ogni curva mi andava via; sul rettilineo gli tornavo nella scia, ma fatto qualche centinaio di metri, tornava a sparire".


"Nuvolari capì certo il mio dramma e mi disse serio serio: Nino, fai una cosa, seguimi fin che puoi, poi ti fermi, poi al giro successivo mi segui per un altro tratto, e cosi via. Facemmo così e in una intera giornata di prove conobbi il tracciato, peraltro durissimo, del Nurburgring. Un grande campione dall'audacia ineguagliabile. Diceva che lo ero quello che più d'ogni altro gli ricordavo il suo modo di correre, di affrontare le curve".


"Ma l'episodio che ricordo maggiormente delle corse compiute con Nuvolari risale a Monza, nel 1938. Ormai Tazio era all'Auto Union, io sempre all'Alfa. Cosa fece quel giorno è impossibile dire".


Giuseppe Farina, tornato di sera a Torino, poiché reduce da un breve periodo di riposo a Claviere, viene raggiunto dalla notizia durante il viaggio di ritorno. E' comprensibile con quanta commozione Farina abbia appreso il triste annuncio, decidendo di conseguenza di spedire ai familiari un telegramma di condoglianze in cui si scusa di non poter essere presente.


Farina, infatti, è in partenza per l'Inghilterra, dove sabato 15 Agosto 1953 parteciperà ad una gara sul circuito di Chartehalle. Ma al ritorno dalla Gran Bretagna, visiterà la tomba di Tazio Nuvolari dove, intanto, sarà deposta una sua corona di fiori.


Non appena giunge la notizia a Maranello, Enzo Ferrari decide di partire per Mantova nel caldo pomeriggio dell’11 Agosto 1953. Ma nella fretta, il fondatore dell'omonima Scuderia si perde in un dedalo di stradine della città vecchia. Pertanto decide di scendere dalla macchina, e chiede a un negozio di stagnino la via per villa Nuvolari.


Ne esce un anziano operaio, che prima di rispondere fa un giro intorno alla macchina per leggere la targa, e quando capisce, prende una mano di Ferrari e la stringe con calore:


"Grazie di essere venuto, come quello là non ne nasceranno più".


Pochi giorni dopo, il 23 Agosto 1953, sul circuito di Bremgarten, si svolge il Gran Premio di Svizzera, a cui non prende parte José Froilán González, che è ancora costretto al riposo. Il pilota argentino viene sostituito dal tedesco Hermann Lang.


La squadra Maserari porta, inoltre, Juan Manuel Fangio, Onofre Marimon, e Felice Bonetto, mentre la Ferrari conferma Alberto Ascari, Giuseppe Farina, Luigi Villoresi e Mike Hawthorn.


I partecipanti al Gran Premio sono ventitré.


La Ferrari decide di non portare il motore montato su rulli, ma di affidarsi alla stessa auto con la quale Ascari è riuscito a vincere in più di un’occasione. La Maserati, invece, durante le prove affida a Fangio un motore molto più potente del solito. Le qualifiche dunque sono il preludio di una gara che ci si aspetta sia molto combattuta.


Fangio ottiene la pole position in 2'40"1. Il record del circuito tuttavia appartiene ancora a Rosemayer, che con una Auto Union sovralimentata di sei litri di cilindrata, che erogava una potenza di 600 CV, fece segnare un tempo di 2'34"5. Fangio però è riuscito a migliorare di due secondi il record che apparteneva a Wimille, all'epoca registrato con una monoposto che erogava almeno il doppio della potenza. Questo dato certifica gli enormi sviluppi che sono stati fatti nello sfruttamento del motore, grazie ad una tenuta di strada migliore, ed al progresso nel campo delle coperture, dei telai e delle sospensioni.


Questo accade durante gli allenamenti del venerdì, dato che le ultime prove non potevano essere avversate da un tempo peggiore. Non appena i primi concorrenti sono scesi in pista, comincia a diluviare, senza smettere fino a tarda sera. Per conseguenza, con questo pessimo stato della pista, bagnata e quanto mai sdrucciolevole, i piloti si vedono costretti a moderare alquanto la loro andatura.


Purtroppo per l’argentino, però, il nuovo motore non regge a causa di una incrinatura nella testata, e quindi sarà costretto a gareggiare con la vettura tradizionale.


Ad affiancare Fangio in prima fila vi sono le Ferrari di Ascari e Farina, mentre in seconda c’è l’ottimo Trintignant sulla Gordini, seguito da Marimon. In terza fila si qualificano Villoresi, Hawthorn e de Graffenried.


Dinnanzi a non meno di 80.000 persone, convenute nella foresta del Bremgarten, nonostante il tempo alla vigilia sia assai minaccioso, Ascari è determinato ad applicare sin da subito la sua tattica preferita, e riuscendo a portarsi da subito in prima posizione al via, impone un ritmo indiavolato alla gara tanto che dopo appena tre giri, in un momento in cui le auto faticano a causa dell’eccessivo carico, ha già abbassato di ben tre secondi il precedente record di Taruffi ottenuto su Ferrari l’anno prima.


Al primo giro, i piloti Swaters e Rosier sono già fuori a seguito di un incidente che non ha causato conseguenze: il belga, al volante di una Ferrari, sbanda nella curva detta ForSthaus, sfonda la barriera di protezione e viene proiettato fuori della vettura. Per fortuna le sue condizioni non sono allarmanti, ed incolume è rimasto anche il francese Rosier, anch'egli, come detto, uscito di strada.


Fangio, nel frattempo, cerca di tenere il passo, e dopo cinque giri riesce a rimanere staccato di soli cinque secondi dal leader. Leggermente più indietro ci sono Hawthorn, Villoresi, Farina e Bonetto.


Farina prova ad aumentare il suo ritmo, e al settimo giro riesce a transitare in terza posizione lanciandosi all’inseguimento di Fangio, il quale sembra lamentare un problema al cambio. L’argentino, infatti, sta perdendo terreno, e al decimo giro ha 20" secondi di distacco da Ascari.


Proprio quando Farina sta per raggiungere il pilota argentino della Maserati, quest'ultimo si ferma ai box insieme a Bonetto per scambiarsi le auto. Il pilota italiano riparte con il cambio che non gli permette di inserire la terza marcia, ma il più sfortunato sembra essere Fangio, perché poco dopo la sua ripartenza è di nuovo costretto ai box a causa di una gomma bucata che gli costa una lunga sosta.


Villoresi riesce a superare Hawthorn e a portarsi in terza posizione, ma al diciannovesimo giro è costretto a fermarsi ai box per far controllare la sua vettura a seguito di un’uscita di pista. Una sbavatura che lo penalizzerà tutta la gara, visto che a causa dell’indurimento dello sterzo, e al danneggiamento del radiatore, sarà costretto a fermarsi svariate volte per rifornirsi d’acqua.


Nel frattempo Ascari controlla la gara con 36" di vantaggio su Farina, ed un minuto su Hawthorn, mentre Fangio è ancora alle prese con la sua giornata negativa, poiché al trentesimo giro rompe un pistone e raggiunge lentamente i box. Questo mentre Marimon riesce a portarsi in terza posizione, dopo aver superato Hawthorn.


Al quarantesimo giro arriva il primo vero colpo di scena: mentre Ascari transita davanti al rettilineo dei box, si può chiaramente sentire che il suo motore ha evidenti problemi di carburazione che lo costringono ad una sosta. Quando riparte, dopo aver sostituito le candele, il pilota milanese si trova addirittura in quarta posizione, con Farina al comando seguito a 40" secondi da Marimon, che è a sua volta tallonato da Hawthorn.


Mentre Ascari è lanciato nella sua rimonta, la lotta per il secondo posto, che stava entusiasmando il pubblico, si interrompe dopo che Marimon, avendo chiesto troppo al motore, deve ritirarsi. Anche Behra è costretto al ritiro, mentre Villoresi è alle prese con i rifornimenti d’acqua. Al quarantatreesimo giro si ritira anche Trintignant.


A questo punto il pubblico è ansioso di vedere come finirà la rimonta di Ascari, che al quarantaseiesimo giro fa segnare il giro veloce, mentre Farina è in difficoltà a causa di una perdita di carburante che lo investe e gli rende difficoltosa la guida. Al quarantottesimo giro, il vantaggio del pilota torinese diminuisce a soli quindici secondi su Hawthorn, e trentacinque su Ascari, seguito da Lang e Bonetto.


Al cinquantaduesimo giro il terzetto di testa si ricompone, e dopo due tornate Ascari riesce a riprendersi la prima posizione, che manterrà fino alla bandiera a scacchi, ottenendo una bellissima vittoria. Farina contiene quantomeno il compagno di squadra Hawthorn, che completa il podio tutto Ferrari, mentre Felice Bonetto conclude in quarta posizione, dividendo il punteggio con Juan Manuel Fangio, seguito dal pilota tedesco Hermann Lang, anch'esso su Maserati.


Con questa ulteriore vittoria, Alberto Ascari conquista il suo secondo titolo mondiale.


Il pilota argentino Juan Manuel Fangio, che durante la gara era sceso dall'auto avvolto da una nuvola di fumo bianca, entro la quale si sbraccia nervosamente, sottolineando la sua delusione, al termine del Gran Premio afferma cavallerescamente:


"Ascari ha vinto meritatamente il titolo di campione del mondo. Bisogna inchinarsi alla sua classe".


Ludovico Nicoletti

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