#8 Inside of Ferrari: Una cena speciale...



Sembra strano che appena parlo del settore Gran Turismo, i toni si placano ed anzi le parole passano dal sapore di politica amara, al gusto di sincerità, affetto e amicizia.

La stessa azienda, due mondi differenti.

Questa storia, come preannunciato, parla di un gesto di amicizia che feci di istinto, senza calcolare le eventuali possibili conseguenze, poiché cosciente in cuor mio che stavo facendo la scelta giusta.

È l'inizio del 2008. All'epoca lavoravo nel reparto preposto alla revisione dei motori Ferrari/Maserati V8 e i motori Ferrari V12. Per altro, circostanze ambigue e favorevoli avevano da poco innalzato il mio status aziendale informalmente, dato che il mio responsabile fu preposto all'apertura e alla gestione del reparto che si sarebbe occupato della revisione delle auto classiche della Ferrari (cioè dei modelli che non erano in produzione), divenni da poco tempo il punto di riferimento del mio reparto, ruolo che cercai di rifiutare ma invano fu il mio tentativo.

L'intelligente mossa del nostro Direttore aveva fatto si che un ristretto gruppo di amici si ritrovasse in ruoli simili e di responsabilità, al termine di un percorso di formazione durato tre anni, tutti nello stesso turno di lavoro. Infatti, essendo aumentato il volume di produzione nel corso degli anni, l'amministrazione decise di porre due turni di lavoro sdoppiati in due orari differenti.


Fu così che due dei nostri più cari amici divennero responsabili di due team addetti al montaggio del motore V8 Ferrari e Maserati, mentre il sottoscritto e altri due colleghi eravamo stati selezionati per svolgere il ruolo di meccanici e di addetti alla sostituzione del personale in caso di mancanza dal luogo di lavoro.


Una responsabilità molto importante, se si pensa che le postazioni di lavoro preposte all'assemblaggio dei modelli Ferrari F430, 599 e 612 Scaglietti, oltre ai modelli Maserati, erano nell'ordine di un centinaio, più o meno, e bisognava conoscerli a memoria ed essere abili nel riuscire a sostituire l'addetto al montaggio.

Certo il lavoro dei colleghi responsabili dei team addetti all'assemblaggio non avevano vita più agevole rispetto alla nostra. Infatti, con il massiccio aumento del volume di produzione numerosi ragazzi provenienti dal Sud Italia e dalle zone limitrofe a Maranello invasero il reparto; tuttavia, la maggior parte di essi erano estremamente giovani, dunque oltre ad insegnare loro il mestiere, i miei colleghi dovettero anche essere abili nell'infondere a costoro il valore e il rispetto per il lavoro.

Sembra una banalità, ma non sono rari i casi in cui il dipendente fondamentalmente pensa a fare il proprio mestiere più per il guadagno che non per una vera e propria propensione al lavoro che svolge, anche se l'azienda si chiama Ferrari. Noi avevamo imparato questo, e nel corso degli anni ci impegnammo fortemente nel cercare di trasmettere questo importante valore ai più giovani e provare a modificare anche il pensiero dei più anziani.

Nessuno ci aveva effettivamente chiesto questo, tuttavia noi lo sentivamo come un dovere morale.

In particolar modo, un collega che fu preposto come responsabile del team addetto alla fase finale del montaggio del motore V8 Ferrari 430 e dei modelli Maserati (di fatto il ruolo più complesso tra tutti) si ritrovò a dover e giustamente voler gestire con un pizzico di severità i suoi ragazzi, poiché ereditò un team “troppo libertino” e poco propenso alle regole aziendali.

I risultati a primo approccio non furono a suo favore: come solo in Italia accade, il suo comportamento, per altro giustificato dal regolamento aziendale, fu percepito in maniera negativa e il malcontento si trasformò in cattivi risultati produttivi. Inoltre, alcune aree del settore da esso gestito risultavano essere critiche per via della quasi consueta mancanza giornaliera da parte di un addetto che presentava alcuni problemi di salute personali dovuti ad un handicap (d'altro canto ogni azienda che ha un numero superiore alle 100 unità alle proprie dipendenze è tenuta per legge ad assumere una percentuale di persone portatrici di handicap).

Questo problema emerse prepotentemente durante una nostra riunione svolta in presenza del nostro Direttore. In tale occasione, i colleghi presenti con me in ufficio proposero dapprima l'idea di poter cambiare di posizione l'addetto portatore di handicap in un ruolo più sereno da svolgere per noi nei momenti in cui eravamo chiamati a sostituirlo, ma ci rendemmo conto che questo non c'era possibilità di ovviare a quest'idea, e successivamente, forse perché sconfortati, indicarono le mancanze del nostro collega responsabile del settore, proponendo una sua sostituzione.

Io in quella circostanza assistetti in silenzio, senza proferire parola. Quella fu la prima e unica volta nella mia vita in cui non presi una posizione ferma e non esposi la mia idea in corso di confronto. Aspettai invece il termine della riunione per esprimermi a favore dell'amico-collega.


Abilmente tornai nel reparto revisione motori e da qui istruii un collega di fiducia, che lavorava in ufficio, chiedendogli di mandarmi una persona molto vicina al Direttore per una comunicazione urgente. Aspettai a dir tanto cinque minuti, ed ecco che la persona che avrei interpellato si presentò trafilato a me.



A questo amico e collaboratore dissi semplicemente che durante la riunione si erano dette cose poco piacevoli nei confronti dell'amico e collega responsabile in linea di montaggio, e aggiunsi che avrei avuto il piacere di poter esporre una mia idea su come risolvere questo spinoso problema. Gli confidai dunque che ciò che mancava era il contatto diretto tra il collega e i suoi ragazzi e che, come avvenuto in passato, come avveniva tra di noi, sarebbe bastato far vedere ai suoi ragazzi il suo lato umano, anziché creare un muro contro muro e soprattutto abbandonarlo al suo destino. Conclusi col dire che se si fosse parlato con il collega, sicuramente avrebbe compreso e avrebbe modificato la sua condotta, pur rimanendo fermo sul principio del rispetto delle regole.

Il mio stretto collaboratore accolse le mie teorie, e mi esortò a stare tranquillo poiché avrebbe riferito tutto al Direttore. Pertanto tornai sereno al mio lavoro. Pochi minuti dopo, però, giunse in reparto il Direttore, mi chiamò e mi disse:

“Ho sentito cosa pensi del tuo collega e ho compreso la tua idea. Pensaci tu a sistemare questa faccenda!”

Rimasi per un istante impietrito. Capii che il mio Direttore mi aveva detto questo perché credeva in me ed era curioso di vedere come avrei risolto la situazione, tuttavia ammetto che mi chiedetti per un istante perché non avevo tenuto la bocca chiusa! Pensai per altro: se fallisco sono licenziato! E a 21 anni perdere un ruolo tanto importante e guadagnato con fatica e rispetto per il lavoro, sarebbe stato proprio da sciocchi!


Però fu proprio grazie a questo ultimo passaggio di pensiero che mi balenò nella mente l'idea che si rivelò geniale. Pensai, infatti, che non ero il solo che si era impegnato per raggiungere un ruolo tanto importante e che, anzi, entrambi ci aiutammo in diverse occasioni per riuscire ad arrivare a quel livello.


Dunque pensai che come conoscevo io il mio collega e amico, avrebbero dovuto conoscerlo anche i suoi ragazzi.

Ecco l'idea! Una cena. Una normalissima cena con tutto il team. Decisi dunque di non perdere nemmeno un istante, e a falcate ampie e veloci raggiunsi il collega e amico e gli dissi: devi fare una cena con i tuoi ragazzi! Loro devono conoscerti!

Ammetto che forse oggi gli avrei spiegato anche la situazione per cui arrivai a imporgli questo, ma all'epoca lo guardai semplicemente negli occhi e gli dissi questo. Lui mi guardò stranito, e insistette a chiedermi perché mai avrebbe dovuto fare questo. Io insistetti nel dire che doveva farlo. Secondo la mia teoria, non era giusto che avesse tanti problemi in reparto e che i suoi ragazzi avrebbero dovuto conoscerlo anche da amico e non solo da responsabile. Avrebbero dovuto vedere la splendida persona che è!

Il collega, capendo che non avrebbe potuto insistere nel chiedermi il perché, mi chiese solo se quest'idea mi era stata data dall'Ufficio amministrativo o se ero stato mandato a dire questo dal Direttore. Io ribattei con forza dicendogli che assolutamente l'idea era mia, e che sarei stato presente anche io con lui, al suo fianco!

Un istante dopo lo vedetti crollare. Mi guardò e mi confidò che lui semplicemente stava cercando di riportare un po' di ordine in reparto, che stava cercando di conseguenza quei risultati che mancavano per via di un'ideologia che non ci apparteneva, quella relativa al dover lavorare per portare a casa lo stipendio.

Io lo fermai e immediatamente lo invitai a non perdere tempo a spiegarmi ciò che già sapevo, ed a sbrigarsi a prendere i nominativi dei presenti; dopodiché, nelle ore successive indicai ai suoi ragazzi che assolutamente li avrei voluti vedere tutti alla cena!


Il giorno stesso quasi tutti gli addetti diedero il consenso e aderirono all'iniziativa. Scelto il posto, la data e l'orario di ritrovo, ci ritrovammo in un gruppo di quasi venti persone a scherzare e ridere per tutta la sera, mostrando così anche il lato più umano del mio amico e collega di mille avventure.


In tale occasione feci perfino un discorso nella quale esprimetti la mia totale fiducia in questa persona, che con me aveva faticato tanto per arrivare al punto in cui eravamo, e di seguito sensibilizzai i suoi ragazzi, a cui chiedetti di portare rispetto per la sua figura che certo poteva sembrare autoritaria, ma serviva per mantenere l'ordine in reparto.


La cena non poté andare meglio di come avevamo previsto: fu un vero successo, ed i risultati non tardarono ad arrivare e ad essere evidenti a tutti! Nel corso delle settimane, il reparto migliorò i risultati produttivi. Fu un successo per tutti. E salvai la pellaccia a me stesso, ma soprattutto al mio collega e amico.

Non passò molto prima che un altro amico e collega, anch'egli responsabile ma del team addetto al montaggio della prima fase del motore V8 Ferrari F430 e Maserati, venisse da me e mi dicesse, sorridendo: “Quello che hai fatto per lui, ora lo devi fare anche per me!”

Io ribattei dicendo: “Io non ho fatto nulla; semmai devi dire quello che abbiamo fatto noi e che faremo, con piacere, anche con te e il tuo team”.

Ma questa è un'altra storia.


Fulvio Conti

Info Cookie

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy nella nostra pagina Info. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.