1999: a Melbourne vince la "Ferrari sbagliata"

Aggiornato il: 14 ago 2019


La F399, guidata da Michael Schumacher, Eddie Irvine e Mika Salo, si aggiudicò il Mondiale Costruttori nel 1999.

Dal 1990 al 1998, in otto casi su nove il Campionato di Formula Uno è stato vinto dallo stesso pilota che si è affermato anche alla prima gara della stagione, con l’unica eccezione nel 1997 con Jacques Villeneuve, che ottenne la Pole ma fu poi costretto al ritiro in partenza, in seguito ad un contatto con Eddie Irvine.


Il Gran Premio d’Australia del 1999 di conseguenza, è visto come un weekend che può essere già in grado di fornire un potenziale favorito per la vittoria finale. A dire il vero, il favorito, anzi, i favoriti per la contesa del Titolo ci sono già, e sono gli stessi che la stagione precedente hanno fatto nettamente la differenza sul resto del gruppo: Mika Hakkinen, Campione del Mondo in carica, e Michael Schumacher, due volte iridato con la Benetton ma ancora a secco dopo tre anni con la Ferrari, la quale a sua volta, non vanta Titoli addirittura dal 1979, con Jody Scheckter.


Un altro digiuno abbastanza lungo per la Rossa è il successo alla gara d’apertura, anche questa ormai datata, con Nigel Mansell che si impose a sorpresa in Brasile dieci anni prima, non riuscendo comunque a inserirsi nella lotta per il Mondiale, in quel periodo questione pivata tra Senna e Prost.


Ferrari e McLaren sono indiscutibilmente le vetture da battere, e David Coulthard ed Irvine sono i rispettivi scudieri di Mika e Michael.


La MP4/14 progettata a Woking però, è una vera macchina da guerra, che dopo le qualifiche australiane sembra essere ancor più devastante di quanto non sia stata la MP4/13, poiché la prima fila è tutta per loro. Ciò che più spaventa la concorrenza è il secondo e mezzo rifilato a Schumacher, in terza piazza, un abisso che in gara sembra incolmabile per il tedesco.


L’altra Ferrari di Eddie Irvine si piazza in sesta posizione, come consuetudine dietro il suo caposquadra. Al suo quarto anno alla corte di Maranello, l’irreprensibile nord irlandese è ancora alla ricerca del suo primo successo in carriera, al quale è solo riuscito ad avvicinarsi in più occasioni nelle ultime stagioni, senza però mai riuscire ad ottenerlo. Ciò non potrebbe interessar di meno al pragmatico muretto box Ferrari, che vede in Eddie la spalla del loro pilota di punta e non molto altro, e con tale impiego ha il dovere, in determinate circostanze, di cedere la posizione a quest’ultimo.


All’età di 33 anni, l’impressione è che quell'agognato successo non arriverà mai, salvo gare pazze dove lui riesca a issarsi in vetta senza avere l’ingombrante sagoma di Schumacher dietro di sé. Il rischio per Eddie di essere ricordato solo come il rookie che nel 1993 fece perdere le staffe ad Ayrton Senna, o il kamikaze della Jordan protagonista in troppe occasioni di incidenti e critiche da parte dei colleghi, è estremamente alto.

Eppure il treno Ferrari è passato, prova che del talento c’era, e lui lo ha preso al volo, ovviamente consapevole del ruolo che avrebbe avuto.


Il 1999 fu l'ultimo anno di Irvine a Maranello; nella stagione successiva firmò per la Jaguar.

La domenica del 7 marzo 1999 si rivela essere proprio quella gara pazza che Eddie sta cercando, e gli ostacoli verso l’obiettivo cadono uno ad uno nel giro di poche tornate.

Già prima del via, le due Stewart di Barrichello e Herbert osservano dagli specchietti il loro motore Ford andare in fumo, e mentre il britannico è costretto al ritiro, Rubens riesce comunque a prendere parte alla gara con il “muletto” (per chi non lo sapesse, una sorta di vettura di riserva che le scuderie avevano a disposizione), ma vede vanificati i suoi sforzi durante la qualifica, dove aveva ottenuto un notevole quarto posto, e deve partire dal fondo dello schieramento.


Il primo vero colpo di scena arriva poco dopo, quando allo scatto del secondo giro di ricognizione sia Hakkinen che Schumacher non riescono a partire regolarmente: il finlandese riesce giusto in tempo a risolvere la problematica e a riprendere la sua prima posizione, mentre Schumi è condannato a sorpresa a partire dall’ultima fila. A gara neanche iniziata l’unico pilota in grado di mettere il bastone tra le ruote alle due frecce d’argento si ritrova costretto ad una gara in rimonta: per le McLaren la sfilata fino alla bandiera scacchi è un’ipotesi sempre più plausibile.


Quando la gara riesce finalmente ad iniziare, la seconda fila è vuota, Hakkinen e Coulthard salutano la compagnia, Irvine scavalca la Jordan di Frentzen ed è terzo, ma il suo passo gara è tutt’altro che paragonabile a chi gli sta davanti.


È intorno al tredicesimo giro che si ha la svolta decisiva ai fini della vittoria del Gran Premio: succede tutto in poco tempo, la debuttante BAR guidata da Villeneuve perde improvvisamente l’ala posteriore e va a sbattere a circa 280 chilometri orari, uscendone per fortuna illeso; dalla pit-lane esce la Safety Car, ma nello stesso giro rientra la McLaren di Coulthard, costretta al ritiro per noie idrauliche. Irvine è secondo. C’è tensione al muretto gestito da Ron Dennis, preoccupato che dei guasti possano affliggere anche l’altra McLaren, quella più “importante”, e trasformare una potenziale doppietta in un clamoroso doppio ritiro. Purtroppo per lui, e per Hakkinen, alla ripartenza la McLaren Campione in carica viene superata praticamente da tutti; problemi all'acceleratore, e affidabilità McLaren ufficialmente da rivedere. E il nuovo leader? Sì, proprio lui, Eddie, che a quaranta giri dal termine ha assistito ad un ecatombe dei big ed è riuscito a sfruttarla al meglio.


Dopo la Jordan di Frentzen, la Prost di Trulli e la Williams di Ralf Schumacher, al quinto posto, non troppo lontano, Eddie può scorgere una macchia rossa, un rosso ingombrante per lui, un rosso che se dovesse avvicinarsi probabilmente dovrebbe lasciar passare. Michael tra sorpassi aggressivi e nel trambusto generale ha raggiunto la quinta posizione, e ha già nel mirino il fratello Ralf. Il quinto posto diventa quarto posto quando, alla seconda entrata della Safety-Car causata dall’uscita di Alex Zanardi, Jarno è costretto ad effettuare due soste in due giri, ed è fuori dalla lotta per il podio (l’abbruzzese poi si tocca con Genè e non finisce neanche la gara).


La “macchia rossa” è sempre più vicina per Irvine, solo quattro secondi e due sole vetture a dividerli. Ma la giornata no del tedesco lo aiuta a fargli sparire ogni scomodo pensiero: un detrito rimasto in pista dopo l’incidente di Villeneuve viene centrato proprio da Schumacher, che buca la posteriore destra e deve forzatamente andare ai box. Stavolta la gara è irrimediabilmente compromessa, e Michael la conclude doppiato in ultima posizione.


Fuori Hakkinen, Couthard e Schumacher, per Eddie è una questione di “ora o mai più”, e se Frentzen non riesce ad avvicinarsi mai abbastanza per sferrare un attacco, l’unico grattacapo del resto della gara glielo causa Riccardo Zonta con l’altra BAR, che di farsi doppiare proprio non né voleva sapere, e blocca il ferrarista per ben quattro giri.


Vince la "Ferrari sbagliata", quella di Eddie, che al traguardo stacca di pochi secondi la Jordan di Frentzen.

Nulla riesce a fermarlo stavolta, la lunga attesa è finita, sia per lui, sia per la Ferrari, che torna finalmente a vincere la gara d’apertura, e a festeggiarla su un podio tutto inedito completato dai due tedeschi Frentzen e Ralf Schumacher.


È fantastico vincere la mia prima gara con la Ferrari, ho avuto la possibilità di farlo anche in passato ma ci furono vari ordini di scuderia, ma va bene così, fa parte delle varie situazioni. Inoltre c’è da dire che se non fossi stato qui non avrei avuto l’opportunità di vincere oggi”.

Il commento a fine gara lascia trasparire tutta la felicità, la gratitudine ma allo stesso tempo la frustrazione di un pilota che ha dovuto cedere la sua posizione al suo compagno in più occasioni, negandosi così la gioia più bella che uno sportivo possa provare: vincere.


La tendenza del vincitore della prima gara che poi si laurea anche Campione, sembrava essere smentita di brutto stavolta. Nessuno, nemmeno lo stesso Irvine, poteva avere la minima idea di cosa la stagione 1999 avesse in serbo per lui. Saranno altre tre le vittorie in carriera per Eddie, tutte quell’anno, l’ultima a Kuala Lumpur, nel penultimo GP della stagione, quando ormai sembravano poter bastare i quattro punti di vantaggio su Hakkinen, e con Michael, il leader designato, che al suo ritorno dall’infortunio inizia a fargli da scudiero. Da un semplice gregario avremmo potuto parlare oggi dell’uomo che contro tutti i pronostici riuscì a riportare il Mondiale Piloti a Maranello dopo vent’anni di digiuno, ma purtroppo non fu così, sarà Hakkinen ad avere la meglio a Suzuka e a vincere il suo secondo Mondiale.


Eddie Irvine non sarà ricordato come il rookie che fece incavolare Senna, o come il kamikaze che causava troppi incidenti, no, Eddie Irvine è il pilota che nel 1999, insieme a Michael Schumacher ha conquistato il nono Mondiale Costruttori per la Ferrari dopo sedici anni, e che ha sfiorato un miracolo quando nessuno credeva in lui.


Davide Scotto di Vetta

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